Černobyl’: nuove verità dal pozzo radioattivo

Sono passati venti anni dalla catastrofe di Černobyl’ (26 aprile 1986) ed è ancora difficile comprendere tante cose. Molto si è scritto e detto, ma troppo è ancora il sommerso o ciò che stato modificato rispetto al vero per renderci più “dolce” qualcosa di poco appetitoso.

Il 22 aprile 2011 è apparsa sulla “Novaja Gazeta” un’intervista di Viktorija Ivleva a Konstantin Čečerov dal titolo: «L’esplosione è stata una ed è stata atomica». Čečerov, all’epoca del disastro di Černobyl’, lavorava all’Istituto per l’energia atomica (oggi famoso col nome di Kurčatovskij institut) presso il Dipartimento di ricerca sui reattori ed appena due mesi dopo l’esplosione, assieme ad un gruppo di altri esperti, si è recato all’interno del reattore numero 4, svolgendo un lavoro di verifica, controllo e raccolta di dati che dura tutt’oggi.

Nel 1986, la preoccupazione maggiore per le autorità era che il nocciolo del reattore fondesse trapassando il letto di cemento armato in cui era contenuto ed entrando in contatto con le falde acquifere sottostanti. Era stato dato per certo, dunque, che la temperatura interna al reattore fosse altissima e che, nonostante l’esplosione, non vi fosse stata una fuoriuscita totale di materiale radioattivo. Anzi quest’ultimo problema era stato scongiurato sigillando il reattore dentro un enorme sarcofago di cemento armato.

Nel giugno dello stesso anno, Čečerov, utilizzando un termometro per rilevazioni a distanza, vola in elicottero sul reattore e ne misura la temperatura: «era di ventiquattro gradi nella zona del pozzo del reattore, mentre l’edificio più caldo al sole aveva un temperatura di trentacinque gradi» - dice Čečerov. Una temperatura così bassa non poteva far pensare ad alcuna possibile fusione in atto. Nonostante ciò, il tecnico dell’istituto per l’energia atomica, dopo aver raccolto attorno a se un gruppo di studiosi ed esperti del settore si è recato fino nel cuore del reattore numero 4: «Siamo riusciti a raggiungere praticamente tutti i locali […], la sala centrale e tutti i vani sotto il reattore». Lo scopo era quello di verificare che cosa stesse succedendo lì dentro. Vent’anni di osservazioni in un ambiente fortemente radioattivo, hanno portato il gruppo di Čečerov a questa importante conclusione: «Il pozzo del reattore era vuoto e, soprattutto, in esso non abbiamo rinvenuto alcun segno di combustione, anche la vernice della costruzione di metallo era intatta. Le parti visibilmente distrutte, ovvero quelle che noi abbiamo visto con i nostri stessi occhi, suggeriscono che la deflagrazione sia avvenuta nella sala centrale. L’esplosione è stata una ed è stata atomica».

Se il pozzo del reattore è vuoto, dunque, dov’è finito il combustibile? – Prosegue Čečerov: «Noi attraverso esperimenti […] abbiamo dimostrato che quasi tutto il combustibile è volato in alto, è salito nella stratosfera e si è diffuso in tutto l’emisfero settentrionale».

In questi vent’anni abbiamo creduto ad un disastro – quello di Černobyl’ – classificato come il più grave incidente nucleare della storia, l'unico al livello 7 (il massimo, incidente molto grave: evento causante rilascio importante di radionuclidi, con estesi effetti sulla salute e sul territorio. ) della scala INES dell'IAEA, che in realtà è stato ben peggiore di quel che ci hanno raccontato, con una contaminazione – di conseguenza – superiore.

Per la giornalista della “Novaja gazeta” e per il suo intervistato questo significa che l’essere umano e la natura «sono di gran lunga più resistenti: «Siamo riusciti a sopravvivere all’esplosione nucleare […] e a superare le sue conseguenze […] con difficoltà, con perdite, con enormi sacrifici morali e psicologici. Ma comunque siamo sopravvissuti».

Una consolazione molto magra, infatti che soddisfazione ci può essere nell’aver distrutto l’ambiente circostante (e non solo) ab eterno e l’averlo “costretto”, assieme all’essere umano, ad abituarsi alla lordura che è l’energia atomica, affinché tutti noi potessimo “godere” di qualsiasi cianfrusaglia elettrica, elettronica e militare?

In Italia siamo prossimi ad un referendum per decidere (di nuovo) se accettare o meno il nucleare, ma dalla storia ci arrivano soltanto cattive notizie. Attorno alla costruzione di una centrale nucleare ci sono enormi interessi economici e politici (nel caso di Černobyl’ anche militari) e cercare di avere trasparenza dopo un disastro è pura utopia. Persino i giapponesi, considerati generalmente onesti, quando si è trattato di rivelare al mondo la realtà della situazione a Fukushima, hanno messo davanti a tutto gli interessi dell’industria atomica a scapito della salute globale. Se c’è anche una sola persona che sarebbe pronto a giurare che tutto questo in Italia non succederebbe, mi contatti pure.

Per molto tempo è stato possibile illudersi che l’ambiente sia una fonte inesauribile di risorse e una fogna incolmabile. Ovviamente non è vera né una cosa né l’altra, e ora stiamo avvicinandoci al punto in cui non si potrà più giocare a questo gioco ancora per molto tempo.

[Noam Chomsky]

Luogo

Chernobyl
Ukraine