COSA LE STAVA CHIEDENDO?
Abbiamo strappato un appuntamento a sua figlia Vera per mezzogiorno di domenica 30 agosto al cimitero Troekurov. Mi sono illusa che la sua tomba fosse quella più in fondo, circondata da un numero generoso di persone. Il pensiero che fossero più del previsto quelli che, in una mattina soleggiata di fine estate, si erano scollati dai soffici sofà per dedicare un ricordo ad Anna nel giorno del suo compleanno, mi ha solo sfiorata. Abbiamo dovuto invece proseguire di qualche metro e svoltare a sinistra per renderci conto che soltanto in due l’avevano fatto: Madre e figlia, lettrici fedeli della Novaja giunte in treno da Cheljabinsk.
Due loro, otto noi, abbiamo formato un semicerchio attorno alla lapide, come a proteggerla. Il bianco dominava su qualunque altra tonalità. C’era il solito sguardo mite di Anna nella foto e i cinque fori scavati nella pietra della lapide – bianca - a ricordare il prezzo pagato per non aver mai perso di vista il suo obiettivo. Sono rimasta ad apprezzare la sobrietà del monumento mentre le rose – bianche – di Annaviva andavano ad unirsi a pochi altri fiori.
Poco dopo in fondo al viale si sono distinte le figure dei famigliari che avanzavano nella nostra direzione. I minuti che sono seguiti al loro arrivo sono impressi nel ricordo come impressioni sfuggenti.
Dimitrij Muratov, direttore della Novaja Gazeta, è un uomo sulla cinquantina, imponente nel fisico, con una barba incolta e brizzolata che confonde i tratti del viso. Gli occhi no, quelli non si possono confondere. Azzurri, glaciali, pareva che i raggi del sole convergessero nelle sue pupille.
Noi, che Anna l’abbiamo conosciuta attraverso i suoi scritti, volevamo sentirci parte di quella cerchia ristretta di amici fedeli.
Ho avuto l’impressione che lui se ne volesse distaccare del tutto. Per qualche tempo - non saprei quantificarlo - è rimasto immobile e impassibile, con l’azzurro dello sguardo fisso sulla foto di Anna. I fiori e le dediche attorno alla foto; i tribunali, Kadyrov e Beslan incastrati nei cinque fori sono stati schiacciati nei suoi occhi. Sembrava che le stesse parlando attraverso di loro.
Mentre lui le parlava, io lo osservavo. Mi trovavo nello stesso stato ipnotico. Immaginavo le loro discussioni prima dei cinque colpi. Quando lei insisteva di voler partire ad ogni costo e lui cercava di dissuaderla, sapendo che non le avrebbe mai fatto cambiare idea. O quando Anna tornava in redazione con i suoi pezzi: lui doveva essere contento per il semplice fatto che fosse tornata, e forse non glielo diceva mentre lei già parlava della spedizione successiva. Chissà quante volte ha pensato a come restare fedeli alla missione della testata senza mettere a repentaglio la vita dei propri collaboratori. Immaginavo le loro giornate in redazione - il cielo plumbeo moscovita sopra la testa e il vento gelido fuori dal vetro. Il mestiere del giornalista non doveva allora limitarsi ad una fedele descrizione dei fatti ma escogitare il modo di tradursi in azione: troppe vite innocenti erano sacrificate in una guerra d’interessi tra classi di potere. Qualcuno se ne doveva pure far carico. Immaginavo lei battere i pugni sul tavolo e poi buttarsi in mezzo alla gabbia dei leoni. Immaginavo lo stesso sguardo azzurro-glaciale di lui fisso sulla scrivania di Anna, pregando il cielo che tornasse anche quella volta..
Un attimo prima che distogliesse lo sguardo dalla foto, mi è parso di cogliere un’espressione interrogativa sul suo volto. L’assenza causata dalla morte di Anna lo doveva senz’altro aver posto di fronte a dubbi complessi e domande spinose. Cosa avrebbe dovuto fare ora che lei non c’è più e la gente continua a morire?! Tutti finiscono vittime: tanto chi è nato nel posto sbagliato quanto chi, come Anna, difende il diritto degli esseri umani - russi o ceceni che siano - e il cui corpo viene ritrovato in qualche luogo sperduto dilaniato dai colpi di un’arma da fuoco. Con quegli occhi, cosa le stava chiedendo?
Una lacrima ha solcato il suo volto. Sono riapparsi i fiori e le dediche attorno alla foto; dai fori sono usciti i tribunali, Kadyrov e Beslan. Si è accorto di noi, che ci poniamo le stesse domande e difendiamo gli stessi diritti.
Anna Agliati
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