Il bilancio della settimana. Cos’ha fatto l’impero? Se l’è fatta addosso…

Per tutta la settimana i kirghisi e gli uzbechi, a detta loro provocati da tagiki ingaggiati dalle spie del presidente rovesciato Bakiev, si sono massacrati nelle città di Oš e di Žalalabad. Per tutta la settimana i dirigenti russi hanno aggrottato minacciosamente le sopraciglia e hanno chiesto risolutamente di porre fine allo spargimento di sangue.

All’inizio si sono riuniti le autorità più di spicco, come i segretari dei Consigli della difesa dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, poi la questione è giunta alla consultazione dei capi dei governi. Le dirette allusioni di Washington sul fatto che gli americani sarebbero pronti a inviare un esercito, a patto che la Russia facesse lo stesso, sono state ignorate.

La Russia ha promesso un aiuto umanitario, ma sull’aiuto per il ripristino dell’ordine ha preferito tacere. Sono seguiti anche i chiarimenti: i governi si sarebbe uniti nell’OTSC per tener testa, insieme, ad una minaccia esterna, per esempio nel caso in cui gli yankee se ne andassero dall’Afghanistan. Ma in questo caso siamo in presenza di un conflitto intestino. La legittimità degli attuali poteri kirghisi è poi una legittimità che non convince fino in fondo. Perciò ammettiamo pure che gli abitanti della repubblica si massacrino tra di loro.

Guardando alla tenacia straordinaria dei poteri russi nel garantire la sicurezza negli Stati post-sovietici (o l’ho sognato io che nel 2008 qualcuno, aggrottando la fronte, ha chiarito che a Mosca ci sono interessi particolari?), ho gioito di un unico fatto: che l’ex presidente Bakiev abbia mercanteggiato troppo a lungo, violando comunque l’accordo sull’apertura di una seconda base militare russa. L’anno scorso Bakiev, come è noto, si è preso gioco del Cremlino.

In cambio di molto denaro, ha promesso di chiudere la base americana aereonautica, ma in realtà l’ha solo ribattezzata "centro di transito". Quando Mosca ha cominciato a reclamare, Bakiev, con gran faccia tosta, ha proposto alla Russia come indennizzo di aprire una seconda base a Oš. Mi immagino in quale condizione si troverebbe ora il suo comandante, se la base fosse stata costruita. I dirigenti di Mosca sono evidentemente sbigottiti, e questo significa che non converrebbe aspettare le loro brillanti ordinanze. Alcune centinaia di nostri soldati si troverebbero nel turbinio di sangue del conflitto etnico: senza un mandato chiaro, senza una chiara fiducia in un aiuto da parte della Russia.

Nell’articolo precedente, ho già scritto quali sono le ragioni dell’impotenza di Mosca: nella disposizione del Cremlino, non ci sono valide unioni dal punto di vista bellico. Sotto la pressione degli alti ufficiali militari, è stata presa la decisione di rifiutare di creare almeno alcune delle unità militari composte da chi presta servizio militare sotto contratto. Quindi in ogni fase la metà dei militari ha prestato servizio un po’ più di sei mesi, e l’altra metà meno di sei. Inviarli per eseguire un’operazione di pacificazione è una follia.

Tutto ciò che rimane non è altro che una scusa.

La legittimità dei poteri kirghisi non è niente di meno di quella di Kokojty nell’Ossezia del Sud. Quando c’era bisogno di combattere contro Saakašvili, il Cremlino non ha assolutamente prestato attenzione alle leggi che limitavano le sue possibilità, chiarendo le sue ragioni col fatto che in quel momento non c’era bisogno di indugiare sulle leggi, ma di salvare i civili.

Oppure gli uzbechi e i kirghisi non fanno pietà come gli abitanti della Tskhinvali? Semplicemente nella disposizione del Cremlino del 2008 erano previste unità militari, per la maggior parte composte da chi presta servizio sotto contratto, mentre oggi non esistono.

Ma quali che siano le ragioni della forte impotenza del Cremlino, conviene rendersi conto del fatto che proprio ora siamo testimoni del pieno e definitivo addio alle ambizioni dell’impero. Il dopo Kirghizistan è ovvio: proprio come i dirigenti di Mosca imitano la democrazia in Russia, loro imitano le ambizioni imperialistiche. Benché non sia piacevole, le pretese nell’area degli “interessi privilegiati” implicano anche responsabilità per tutto ciò che accade in quella stessa area. Ora è chiaro: Mosca sarà pienamente soddisfatta se un paio di volte l’anno i dirigenti delle ex repubbliche sovietiche si riuniranno e faranno il numero necessario di inchini rituali al “fratello maggiore”. Proprio per questo i capi del Cremlino sono pronti a pagare. Assumersi però la responsabilità di ciò che accadrebbe nei territori-vassalli… per carità!

I dirigenti locali sono certo pronti a inchinarsi a volontà. Se ci sono degli idioti pronti a pagare, perché no?! Ma loro, i reucci locali, hanno anche bisogno di sopravvivere. Sopravvivere ai prossimi e ineluttabili conflitti intestini. Ma allora chi si atteggiava a padrone, all’improvviso dice: "no, no, io non c’entro". E allora, per quanto non ti preoccupi dell’ingerenza delle forze ostili, compariranno lo stesso. A proposito, non sono del tutto sicuro che saranno proprio gli americani. Non è escluso che i cinesi con gentilezza, ma fermezza, offriranno il loro inestimabile aiuto.

Passeranno cinque anni. E il sempreverde Larry King chiederà al prossimo dirigente russo cosa sia successo con l’impero. E riceverà come risposta: "Se l’è fatta addosso…".

Traduzione di Cristina Zappalà e Anna Agliati

Luogo

Russia