il concerto - impressioni a caldo dopo la visione del nuovo film di Radu Mihăileanu

Si potrebbe dire la storia di un violino solista che è alla disperata ricerca di altri strumenti che lo guardino, che lo guidino, che lo aiutino nel suo prodigioso tentativo di liberare la musica. E potrebbe dirsi la storia di una giovane musicista alla ricerca dello sguardo affettuoso di un padre, una madre che non ha mai potuto conoscere. E ancora potrebbe dirsi la storia di Andreï Filipov, un musicista oramai maturo, che da troppi anni vive nel rimorso e che cerca disperatamente una chance per liberare una musica rimasta sepolta nella sua anima troppo a lungo e al contempo di restituire una preziosa verità alla giovane musicista. Ma per realizzare tutto questo Andreï Filipov deve fare i conti con la propria coscienza e ad aiutarlo in questa impresa saranno tutti improbabili quanto straordinari personaggi: la moglie, gli amici musicisti di un tempo, l’antico nemico, un grottesco oligarca russo e soprattutto l’amico di sempre.
Il film, nonostante qualche forzatura storica, tocca dritto al cuore, è ben girato e con un ritmo senza uguali. Dopo Train de vie, Radu Mihăileanu torna ad emozionare con un nuovo capolavoro.
Come il violino solista per liberare la musica sente il bisogno degli altri amici strumenti e l’orchestra gode dell’estro del solista, così anche l’uomo non può che tendere alla socialità e al tempo stesso la società non è nulla senza il singolo. Una lezione per i nostalgici di falsi miti come Stalin o Breznev.