ILLICHA E KREMINNA: I VELENI GRIGIO-BLU DEL DONBASS.
“Vestiti dall’Europa”, in lingua russa, come tutti gli altri cartelloni pubblicitari. Una scritta che anticipa, quasi minacciosa, una mentalità comune nell’area, dove, per la prima volta, la missione diplomatica non opera in una tranquilla località agricola, isolata dal mondo, ma in un sobborgo industriale. Illicha non è che una frazione di Kostjantynivka, centro abitato sviluppato attorno ai due edifici principali: la fabbrica del vetro e quella metallurgica. E’ qui che lavora l’intera popolazione locale, persino quella delle periferie nord-occidentali della vicina Donec’k. Chi non è operaio, a Kostjantynivka studia presso la scuola tecnica di agraria, e vive nello studentato che, per l’occasione, ospita la delegazione europea.
Il Donbass – bacino del fiume Don – è il polo industriale del Paese. Una sorta di Ruhr ucraina, ove, tuttavia, l’opera di russificazione iniziata sotto lo zarismo, ed intensificata dall’URSS di Stalin, è stata molto forte, al punto da plasmare la popolazione, ad oggi ancora proletaria, russofona e russofila, per cui l’Europa è solamente una manifestazione sportiva.
“In russo non solo parliamo, ma pensiamo – precisa fin da subito Maksim, studente della scuola di agraria, nato e cresciuto a Donec’k – qui nella nostra regione abbiamo tre tradizioni: la fabbrica, la miniera e lo Shakhtar [la squadra di calcio del capoluogo, n.d.a.]. Sono il nostro orgoglio. Grazie alla prima siamo la regione più produttiva, senza la quale il Paese crollerebbe. Con la seconda siamo noti in tutto il Mondo. E la terza, da qualche settimana, ci ha reso campioni di Ucraina. L’anno prossimo siamo ancora in Europa, giochiamo la Champion’s League”.
Nel Donbass i colori predominanti sono due. Il primo è il grigio delle miniere, degli stabilimenti industriali e del cielo, sporcato dall’inquinamento sprigionato dalle ciminiere, l’elemento architettonico caratteristico dello skyline della oblast’. Il secondo è il blu dei gadget regalati ai giovani diplomatici dall’amministrazione locale durante la cerimonia di benvenuto: penne, quaderni, bandierine, persino spille che si illuminano. Tutte targate Partija Rehioniv, la forza politica del presidente Janukovych, egemone nell’area. Il tentativo di presentarsi ai media come sponsor della missione atta ad implementare l’integrazione euro-atlantica di Kyiv da parte di un partito noto a Bruxelles – ma non a Roma – per le sue simpatie filorusse è tanto palese, quanto goffo, da essere sventato dai coordinatori ucraino e polacco e dal rappresentante italiano, fermi nel minacciare lo stop dei lavori qualora i simboli partitici non fossero spariti seduta stante.
Il discorso, in perfetta lingua russa, tenuto dal Governatore della provincia di Kostjantynivka, Volodymyr Velenec’, e indicativo delle reali intenzioni di collaborare con l’Europa. Spiega come per l’intera oblast’ di Donec’k la presenza degli europei sia motivo di forte interesse per avviare una più stretta collaborazione volta a percepire un’ampia fetta dei fondi che Bruxelles ha messo a disposizione per la politica di vicinato. Denaro che, al pari di tutti gli altri investimenti esteri, a suo dire deve restare sul territorio regionale, ed essere sfruttato esclusivamente da quegli enti selezionati dalle autorità locali. Inoltre, Velenec’ ha rivendicato il diritto ad intrattenere relazioni commerciali e scambi culturali con i singoli Paesi UE, alcuni dei quali, tra l’altro, già ben avviati con “amici” disposti, in nome del miglior profitto, a relazionarsi singolarmente con Donec’k, anziché presentarsi con una voce sola europea. Tra essi, guarda caso, l’Italia, con cui forti sono le relazioni sul campo minerario.
“Abbiamo bisogno di voi – esordisce non solo davanti ai giovani diplomatici, ma anche ai media locali e nazionali – i finanziamenti UE sono fondamentali per implementare la produttività industriale della nostra regione, soprattutto aiutando la messa a nuovo dei siti minerari e dei vecchi stabilimenti. Ci tengo, però, ad avvisare che ogni centesimo versato dovrà restare nella nostra oblast’ a completa disposizione di chi decidiamo noi. Attualmente, intratteniamo relazioni con investitori di paesi membri dell’UE, con cui di anno in anno rinnoviamo la collaborazione. E' meglio dialogare direttamente con Parigi, Roma, Varsavia. Per la nostra stabilita”.
Doveroso sottolineare che il governatore della provincia si è rifiutato di rispondere ad ogni domanda, soprattutto sul perché la oblast’ di Donec’k sia tanto restia a relazionarsi con Bruxelles nella sua generalità. E, soprattutto, sull’assenza di politiche ambientali, indispensabili in una delle aree più industrializzate, ed inquinate, d’Europa.
Cambia la regione, ma non lo skyline. E nemmeno l’atteggiamento delle autorità locali. Kreminna, sobborgo industriale della oblast’ di Luhansk, è sempre Donbass. Difatti, qui vivono operai, minatori e disoccupati, tutti russofoni. Il centro è simole a quello di Sachnovshchina, ma decisamente meno verde: la via Lenin collega la fabbrica metallurgica al monumento dedicato al fondatore dell’URSS, che domina la Piazza Rossa, ove sorgono un evidente monumento ai caduti della Grande Guerra Patriottica [Seconda Guerra Mondiale, n.d.a.], uno, più defilato, alle vittime di Chernobyl e ai caduti nella guerra in Afghanistan, e, un tempo, una graziosa chiesa, rasa alsuolo dai comunisti, oggi ricordata da una fredda croce ortodossa issata per volere di chi nel Paesino, la minoranza, non condivide il culto di Stalin, ancor oggi dominante nella mente dei locali.
Per il resto. Kreminna e casermoni, blocchi in prefabbricato, vecchie casette in rovina, qualche filiale bancaria, pochi negozietti ed il ginnasio. E’ qui che l’amministrazione cittadina, accoglie l’eurobus davanti ai media, cercando di coprire i diplomatici, chiamati uno ad uno ad uscire dal mezzo, malgrado l’intensissima pioggia, con ombrelli del Partija Rehioniv. L’ennesima mossa per colorare politicamente un’iniziativa atta a favorire l’integrazione della regione nell’UE, e per mandare a monte un’opportunità di collaborazione potenzialmente vantaggiosa.
Di gran lunga più interessante delle patetiche strumentalizzazioni di chi si approccia a Bruxelles con le armi della strumentalizzazione e del terrorismo politico, di sovietica memoria, è la testimonianza di Anna Konstantinivna, cinquantenne economista, nata e vissuta in loco. Spiega come a Kreminna, a causa della crisi economica, che da tempo colpisce il Donbass, in molti emigrano nella vicina Russia, perché di lavoro ce n’è sempre meno. E’ per questa ragione che il numero degli stabili disabitati e in decadimento è sempre maggiore. Su di essi, il governo locale non può intervenire perché i fondi concessi da Luhansk sono per intero assorbiti dai grandi industriali dell’area. I quali, tuttavia, preferiscono investire all’estero, lasciando solamente un fortissimo inquinamento che le inesistenti politiche ambientali della regione non riescono a smaltire.
“Kreminna è invivibile – spiega la cinquantenne economista – disoccupazione, inquinamento, corruzione. Per i nostri giovani non c’è alcuna soluzione che cercare lavoro a Mosca. I proprietari delle fabbriche sono i soliti noti, percepiscono l’intera fetta del budget riservato per lo sviluppo regionale e lo investono in off-shore. Ultimamente, la situazione era migliorata. Ma da qualche mese siamo punto a capo. E qui respiriamo aria inquinata. Qui da noi, l'ecologia non è un valore”.
Nemmeno la libertà di stampa lo e. Le pressioni sui giornalisti, già confidate da una collega di Sachnovshchina, e riportate in un precedente aggiornamento, sono state confermate dall’inviato di una televione nazionale. Un ragazzo dell’età del sottoscritto – il cui anonimato è sacrosanto per ovvi motivi e solidarietà professionale – che ha colto l’occasione del contatto con due colleghi dell’Unione Europea per denunciare la mancanza di piena autonomia nella professione del cronista.
“Non si tratta di temniky [direttive di emissione governativa in cui si consiglia quali notizie trattare, e quali no, n.d.a.] ma di usniky – testimonia il collega – inviti a voce, più o meno gentili, non solo a tralasciare notizie inadeguate, ma anche a modificare il taglio del servizio quando non soddisfa le esigenze dell’azienda, soprattutto in campo politico”.
Il Donbass sarà anche il motore economico dell’Ucraina, ma è una regione altamente industrializzata, inquinata e russificata. Politiche ambientali e di buon vicinato con Bruxelles sono viste come inutili, quando non dannose, per la stabilità economica ed il mantenimento dei buoni rapporti con Mosca. La stessa popolazione locale è completamente refrattaria alla politica. Per essa, l'importante è mantenere il proprio posto di lavoro, in fabbrica o in miniera. Per questo occorre votare per chi garantisce tutto ciò. E non importa se, cosi, il Paese è sempre più lontano dall’Occidente e dal progresso, inquinato dai veleni fisici delle industrie e da quelli morali della corruzione.
Cio nonostante, nel Donbass c’è chi si batte per la salvaguardia delle radici ucraine della regione, spiegando apertamente che Donec’k non è la Russia e che la regione ha dato moltissimo alla storia e alla cultura nazionale. Volodymyr Berezin e il presidente di un’associazione impegnata nella pubblicazone di un settimanale, la "Provincija", e di libri nella lingua di Taras Shevchenko, nonché nella promozione di iniziative di carattere ambientale.
“Ecologia significa amore per la Patria – spiega l’ultimo dei mohicani nella oblast’ di Donec’k – ed io sono ucraino. Non russo. Il Donbass ha dato molto alla storia del mio Paese, ma tutto è stato dimenticato e sottaciuto dalla continua campagna di russificazione dell’istruzione, ancor oggi pressante qui da noi. L’Europa non deve essere la possibilità di ricevere maggiore denaro, ma un’opportunità per ripulire l’ambiente e rendere consapevole il nostro territorio delle sue radici ucraine”.
Matteo Cazzulani
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