Kirghizistan: “Quando abbiamo aperto la porta di casa hanno deciso che volevamo sparargli”

Il nostro corrispondente speciale Arkadij Babcenko ha partecipato al salvataggio delle famiglie uzbeche in Kirghizistan.

Se vogliamo assegnare alla situazione in Kirghizistan l’epiteto di “stabile”, allora l’unica combinazione possibile è “incubo stabile”. A prescindere dalla causa del conflitto, la tensione etnica tra i kirghisi e gli uzbechi nell’area meridionale della repubblica si è trasformata in guerra. Gli uzbechi si sono barricati nei loro villaggi ed aspettano ora un nuovo attacco da parte dei kirghisi; al contrario nelle città, dove la popolazione è mista ma i kirghisi rappresentano la maggioranza, la guerra viene condotta con lo scopo di ricevere aiuti umanitari, cibo e medicinali, i quali non sono mai sufficienti. Un problema che non si può risolvere da solo.

Giovedì il presidente uzbeco Islam Karimov ha condotto delle trattative telefoniche con il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon. Hanno raggiunto un accordo sulla diminuzione degli aiuti umanitari da inviare. L’ONU è favorevole ad indire un referendum per il giorno 27 giugno riguardo l’approvazione di una nuova Costituzione. Gli abitanti della Repubblica sono come sempre convinti che alla vigilia del referendum la contrapposizione esploderà con nuova forza.

La Russia ha già fatto evacuare a Kant le donne militare e le famiglie dei militari.

Il che significa che come sempre la posizione del resto del mondo è quella della non interferenza.

Esattamente come al tempo del genocidio in Ruanda.

Mercoledì andando ad Osh ho realizzato che la situazione qui è assolutamente diversa rispetto a quanto si percepisce da Bishkek o addirittura da Mosca stessa. E’ infatti in corso un massacro interetnico.

In città non esiste potere. Alcun tipo di potere. E’ una terra di nessuno, disseminata di persone armate. Ci sono poliziotti e militari ma nessuno di loro rappresenta il potere. Non è importante che tu sia un soldato o un medico, l’importante è se tu sia kirghiso o uzbeco.

La Otunbayeva e Bakiev appartengono a un altro mondo.

Mercoledì non ci sono state devastazioni, ma la città è morta. Gli uzbechi si sono barricati nelle loro Mahalla senza uscire in strada.

Tuttavia non vedo alcuna catastrofe umanitaria. In città ci sono sia acqua che cibo, alcuni piccoli negozi sono persino aperti. I prezzi sono alle stelle. Mercoledì nelle strade si sono visti anche degli spazzini.

Sono stati portati un gran numero di aiuti umanitari, ma nelle Mahalla uzbeche ne è arrivata solo una piccola parte. Il personale della Mezzaluna Rossa ha distribuito gli aiuti nei villaggi uzbechi attorno alla città.

Il problema maggiore sta nel fatto che in città erano rimasti molti uzbechi che non vivevano nelle loro Mahalla, bensì in case popolari oppure nei quartieri kirghisi. Essi se ne rimanevano bloccati in casa, senza il sostegno della collettività. Chi rimane senza riserve di cibo soffre la fame: si contano centinaia di tali.

Mercoledì noi giornalisti abbiamo partecipato ad un’operazione speciale: da un quartiere kirghiso una famiglia è stata portata in una Mahalla uzbeca grazie ad un veicolo degli spetsnaz concesso da Omurbek Suvanaliev, capo dell’UVD della città di Osh. Quando abbiamo aperto la porta di casa hanno deciso che volevamo sparargli. Gli uzbechi non credono che gli spetsnaz del Kirghizistan li possano aiutare.

Come ha affermato Suvanaliev, fino a giovedì sono morti sette miliziani. Ha raccontato che tra di loro ce n’erano due che dovevano incontrare noi. Al colonnello è stata tagliata la testa, mentre il conducente è stato fatto a pezzi e messo in macchina. Io stesso non ho visto i loro cadaveri.

Nelle Mahalla sono rimasti solo uomini, tutte le donne e i bambini sono stati mandati al confine con l’Uzbekistan. Tutte le Mahalla sono come delle fortezze assediate, all’interno delle quali i kirghisi non possono addentrarsi. La maggioranza degli uzbechi sostiene che se ne resteranno dove sono e opporranno resistenza ai kirghisi nel caso dovessero tentare di entrare. Ma in ogni Mahalla sicuramente si trova un paio di persone che pensino che il senso della loro vita consista nell’uccidere il maggior numero possibile di kirghisi.

Il centro cittadino non è molto danneggiato, mentre nelle Mahalla sono state distrutte intere strade. Abbiamo fatto un salto al cimitero. Ho contato 25 nuove tombe, per di più in molte di esse sono sepolti più di un defunto.

In altre parole, i morti sono le centinaia, i feriti le migliaia.

Siamo stati in Mahalla dove un po’ di tempo fa era in corso una vera battaglia. I primi ad attaccare, coloro che indossavano una divisa militare e che portavano delle armi, si trovavano sui BTR, essi erano seguiti dai ribelli.

Oltre a ciò abbiamo trovato delle tracce di BMP, ciò significa che nell’assalto oltre ai BTP è stato utilizzato un altro tipo di armamenti.

Tutte le Mahalla si sono ricoperte di scritte: SOS ovunque. Esse erano a caratteri cubitali nel campo da calcio, forse perché in questo modo potevano essere notate dagli aerei.

Praticamente tutti i kirghisi con cui ho parlato mi hanno confermato che alla vigilia della strage sono stati inviati dei messaggi dal seguente contenuto: “L’Uzbekistan non aiuterà gli uzbechi, si può distruggerli”.

Mercoledì sono spuntati fuori degli strani individui, ovvero kirghisi armati, con un abbigliamento per metà militare e per metà civile. Si comportavano come se qualcuno gli avesse conferito un potere assoluto. Hanno organizzato dei posti di blocco nelle strade che portano in città e si sono messi ad effettuare delle ispezioni ai veicoli. Anche noi siamo stati ispezionati, il loro atteggiamento nei nostri confronti era aggressivo e ci hanno lasciato andare solo dopo aver capito che eravamo giornalisti.

Sotto i nostri occhi hanno fermato un uzbeco, gli hanno messo il viso sul cofano, hanno cominciato a perquisirlo, in tasca gli hanno trovato dei soldi (ciò che corrisponde a circa cinquemila rubli), nonché un pacco di cartucce da montare. Hanno richiamato la mia attenzione e hanno cercato di dare una spiegazione: guarda, giornalista, l’abbiamo beccato un cecchino. (Tutti parlano infatti di cecchini mercenari, soprattutto tagichi, ma la polizia non dà conferme).

L’uomo è stato portato via in una direzione sconosciuta e a un’ora dalla nostra partenza ci è stato spiegato che questi kirghisi hanno assalito un posto di blocco uzbeco, hanno preso qualcuno a caso e l’hanno portato via. Oltre a ciò rastrellano i villaggi uzbechi prelevando coloro che sono privi di documenti. Non so che cosa sia di loro, so solo che nessuno è mai tornato.

Giovedì in città ha cominciato a saltare all’occhio il numero maggiore di militari e miliziani, in strada sono scesi kirghisi vestiti civilmente e armati di mitra. Ho la netta sensazione che la pausa dopo la ribellione sia già acqua passata e che la situazione si stia facendo incandescente. Sembra che in due o tre giorni il focolaio si accenderà nuovamente.

Ma a Osh e a Bishkek girano delle voci: ognuno ha una versione differente su quando riprenderà l’ondata di scontri. Tutti sono certi di una sola cosa: che sicuramente saranno inevitabili.

I russi camminano tranquillamente per strada, ma l’ambasciata provvede ad un’evacuazione rapida. Un Il-76 è decollato da Bishkek mercoledì e il secondo si prepara a partire.

L’ondata dei profughi dall’aeroporto di Osh è diminuita considerevolmente, secondo quanto sostenuto dal comandante, giovedì è già stato possibile decollare in tutta tranquillità.

Al confine con l’Uzbekistan non sono rimaste molte persone, apparentemente circa 1000/1500. Lì gli aiuti umanitari non arrivano. E questo è un problema enorme che nessuno risolve.

Mercoledì la frontiera era chiusa, la polizia di frontiera non permetteva di effettuare riprese dall’alto.

È chiaro che bisogna portare nella repubblica delle forze di pace. Non so se debba farlo la Russia, ma senza aiuti esterni il Kirghizistan non uscirà da questo caos.

Arkadij Babcenko

corrispondente speciale della Novaya Gazeta

Traduzione di Chiara Grazioli e Marina Davydova

Luogo

Kyrgyzstan