La rivoluzione arancione cinque anni dopo
Silenziose e invisibili badanti, calciatori dagli occhi azzurri e dalla volontà di ferro, ma l'Ucraina indipendente è entrata nei cuori e nelle menti degli Italiani, o almeno di quanti hanno l'intelligenza e la sensibilità di alzare lo sguardo oltre i confini nazionali, con la rivoluzione arancione del 2005. E non a caso Matteo Cazzulani, slavista e presidente dell'associazione Annaviva, fa cominciare il suo racconto proprio da questo evento che nel giro di pochi mesi ha impresso un'accelerazione, senza paragoni nel vasto spazio post sovietico, alla transizione democratica ucraina.
Facciamo quindi subito la conoscenza di Julija Tymošenko, vera protagonista di questo libro e degli ultimi vent'anni di politica del suo paese. L'autore non si preoccupa di nascondere le sue simpatie per colei che definisce «il simbolo dell'Ucraina nel mondo, così come Lady Diana per l'Inghilterra o Evita Perόn per l'Argentina». La democrazia arancione, infatti, è sì un lavoro storico che ricostruisce le vicende dell'Ucraina dalla conquista dell'indipendenza nel 1991 fino alle ultime elezioni presidenziali del 2010, riportando fedelmente gli avvenimenti politici e non mancando di ricordare «come nella politica ucraina non ci sono santi», ma è anche un testo militante che assegna un valore positivo alla democrazia liberale e non teme di schierarsi da un parte ben precisa.
Al di là del pur importante contributo di conoscenza storica che questo libro può portare al lettore italiano, io credo che il suo maggior pregio sia che permette anche ai non specialisti di trarre un bilancio della rivoluzione arancione a cinque anni di distanza. Le rivoluzioni democratiche che hanno colorato il primo decennio del ventunesimo secolo, dalla Serbia (2000) all'Iran (2009), non hanno sempre mantenuto le loro promesse, regalando anche pesanti delusioni a chi era sceso in piazza a rischio della vita. Vediamo, al contrario, che l'Ucraina rappresenta una felice eccezione in un panorama complessivamente non esaltante: «Victor Janukovyč e la banda di oligarchi alle sue spalle» scrive Cazzulani a proposito delle ultime consultazioni «per vincere hanno dovuto prima accettare e poi correre in libere elezioni. […] Saranno anche crollate le “coalizioni democratiche”, ma gli ideali del Majdan sono rimasti, e oramai costituiscono una condicio sine qua non da accettare e osservare se sul Dnepr si vuole governare». Non solo, ma come osserva il giornalista Andrea Riscassi nella prefazione: «[i]n altri luoghi mi sarei ben guardato da raccontare la mia professione. In Ucraina invece non percepisco questo pericolo».
Cazzulani conclude il suo libro d'esordio con una nota agrodolce, ricordando come sul futuro sviluppo democratico dell'Ucraina pesi anche l'atteggiamento dell'Unione Europea, che appare oggi «intollerante, chiusa, sospettosa», ben trincerata dietro il muro di Schengen, riedizione immateriale ma non meno feroce della cortina di ferro che tagliava in due l'Europa durante la Guerra Fredda.
Marco Del Ciello
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