Le celle della morte nel cuore dell’Europa. I buchi neri delle carceri in Belgio
In pericolo di vita
Arbi Zarmaev, un rifugiato politico ceceno, viene sbattuto in cella con false accuse per ventuno mesi, di cui sedici di detenzione arbitraria e immotivata. Accuse giustificate dalla richiesta di estradizione da parte del suo Paese di origine. Lo stesso Paese da cui lui era fuggito. Lo stesso che ha montato contro di lui accuse vecchie più di otto anni. Per il detenuto, il cibo appena sufficiente per sopravvivere. Non abbastanza per un uomo adulto. Malnutrito, disidratato, per quattro giorni addirittura senza acqua né un pugno di riso. Una punizione aggiuntiva per aver “aggredito delle guardie carcerarie”: un’azione tecnicamente impossibile, dato che l’uomo non può uscire dalla sua cella senza avere una catena ai piedi e le mani ammanettate dietro la schiena. Quando due medici indipendenti riescono a visitarlo, possono solo constatare che si trova in pericolo di vita. Ad un livello tale di disidratazione da non riuscire a bere pochi sorsi d’acqua dalla sua tazza senza vomitare. Una tazza che le guardie hanno l’ordine di strappargli via subito dopo.Nel cuore dell’Europa
Non è una storia che arriva dalla Birmania o dall’Iran. Tutto questo succede in Europa, nel civilissimo Belgio. A raccontarci la vicenda del comandante ceceno Arbi Zarmaev, fuggito anni fa dalla Russia alla volta di Bruxelles e che vicino a Bruxelles rischiava di morire, è la fondazione belga Princess de Croÿ & Massimo Lancellotti che si occupa di diritti umani. Zarmaev è stato arrestato il 29 luglio 2009 in Belgio con l’accusa di aver fornito false generalità. Dopo sei settimane, la richiesta di estradizione dalla Federazione Russa, che fino all’aprile del 2009 aveva combattuto una guerra contro gli indipendentisti della regione cecena. Da lì, per Zarmaev, ha inizio un’Odissea durata quasi due anni. False accuse che si sommano, la scarcerazione a cui aveva diritto che viene negata. In cella per altri 16 mesi, senza motivazioni valide. Il corpo sempre più debilitato. Finalmente, nello scorso aprile, la liberazione grazie all’impegno della fondazione e all’attenzione mediatica sul caso.Fuori dalle leggi
Ma come è possibile che in Belgio esistano casi di persone detenute “in regime di morte”? Secondo la fondazione Princess de Croÿ, questa è solo un’anticipazione. Il Belgio - come anche altri Paesi Europei – starebbe elaborando “ad hoc” false accuse di terrorismo per giustificare la creazione di prigioni “speciali” per terroristi. Questi luoghi di detenzione si sottrarranno a qualsiasi tipo di controllo perché non saranno obbligati a rispettare le leggi sulle prigioni volute dall’Unione Europea. Da 25 anni, infatti, l’Unione ha chiesto agli Stati membri di dotarsi di norme relative alle condizioni carcerarie e alla tutela dei detenuti. In Belgio, leggi di questo tipo sono state approvate sei anni fa, ma gli articoli che dovevano evitare “condanne a morte” come quella di Zarmaev non sono ancora entrati in vigore. Il motivo? Manca la firma del re, ma i ministri non hanno mai presentato la necessaria richiesta. Una situazione di certo influenzata dall’assenza di un esecutivo, durata 339 giorni (un record) e finita solo lo scorso 16 maggio con la designazione a premier del socialista di origine italiane Elio Di Rupo.Non il primo, né l’ultimo
Zarmaev ha raccontato di almeno un altro Ceceno detenuto nel Paese che rischia la vita in una delle “sezioni della tortura”. Probabilmente non è il solo. In Belgio, tre carceri hanno sezioni di questo tipo; si hanno informazioni solo su due di loro. La Russia da anni sta portando avanti una “caccia al Ceceno” dentro e fuori il Paese. Grazie allo spauracchio del terrorismo internazionale, è riuscita a coinvolgere nella sua missione anche alcuni Stati europei. Secondo Princess de Croÿ, gli arresti e le torture di personaggi come Zarmaev, considerati degli “eroi” dalla comunità cecena, rivelerebbero l’intenzione del Governo belga di provocare disordini e ritorsioni tra i rifugiati. Molti Ceceni – ancora ignoriamo quanti - sarebbero già stati deportati in Olanda, in un centro di detenzione “affittato” al Governo di Bruxelles. Dopo la scoperta dei casi di “deportazione” e lo scandalo che ne è seguito, le autorità belghe hanno assicurato che solo i prigionieri fiamminghi già condannati finiranno nella prigione oltre confine. Per motivi linguistici, hanno aggiunto. Nessun presunto innocente verrà trasferito in Olanda. Ma possiamo fidarci? Nel caso di Zarmaev, ci sono le prove di un accordo tra le autorità belghe e quelle russe, rivela ancora la fondazione Princess de Croÿ. E il primo caso noto di “condanna a morte” avvenuto in Belgio risale al 2008, quando Marcel Vervloesem, a capo dell’ONG “Morkhoven”, riuscì a sopravvivere per miracolo al regime carcerario. Era uno dei principali testimoni di un processo che fece molto scalpore anche all’estero, quello sul sistema di corruzione che proteggeva una rete di pedofili nel Paese.Luogo
Belgium
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