L'HOLODOMOR E LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
La tragedia dell’Holodomor nelle pagine di Orwell Robert Conquest, cui si deve la sconvolgente ricostruzione storica della carestia pianificata da Stalin nel 32’-33 nota come Holodomor, nel suo ultimo libro “I dragoni della speranza” torna a denunciare il degrado politico e il feticismo intellettuale che caratterizzano il mondo odierno.
Conquest, che ha consacrato gran parte della sua vita all’analisi delle distorsioni politiche e mentali che hanno provocato e giustificato l’ascesa dei totalitarismi del ‘900, Stalinismo in primis, dedica uno dei capitoli più interessanti del suo saggio – emblematicamente intitolato “Un branco di impostori” – allo smascheramento delle distorsioni storiche e delle manipolazioni degli eventi della storia sovietica da parte di personaggi quali C.P. Snow, Simone De Beauvoir e John Kenneth Galbraith che “vantano grandi pretese di riconoscimento intellettuale”.
Il tema è a ben vedere non solo di stretta attualità – gli eventi di queste ultime settimane in Georgia e il silenzio di tanti intellettuali su ciò che accade nel Caucaso sembrano confermarlo – ma intrinsecamente legato al tema della memoria e dell’accertamento della verità storica dell’Holodomor.
È stato ricordato da più parti – specie in occasione della pubblicazione italiana di “Raccolto di dolore” di
Conquest per i tipi di “Liberal Edizioni” nel 2004 – come la tragedia dell’Holodomor sia stata oggetto di manipolazioni, censure e di vere e proprie negazioni da parte di storici, giornalisti e sedicenti intellettuali.
Piero Ostellino in un articolo uscito sul numero monografico di”Liberal” del giugno-luglio 2004 ha parlato non a caso di vera e propria “editoria della manipolazione”.
Tanti i nomi anche illustri dei negazionisti. A partire dallo storico Edward Carr per finire con l’inviato del New York Times Walter Duranty insignito addirittura del Premio Pulitzer nel 1932.
Un partito quello dei negazionisti, o per dirla alla Conquest degli impostori, che ha avuto moltissimi adepti anche nel nostro Paese.
Tra i più strenui e lucidi oppositori di questo partito nell’Inghilterra degli anni ’40, alleata con l’Unione Sovietica di Stalin, vi fu lo scrittore George Orwell.
L’autore de “La fattoria degli animali” e di “1984” – come ha sottolineato il noto politologo Timothy Garton Ash – rappresenta una singolare figura di intellettuale che merita di essere riletto oggi con attenzione sia per la straordinaria abilità narrativa nel trasformare la scrittura politica in arte sia per l’attualità e la lucidità delle sue analisi sullo stalinismo e più in generale sui regimi totalitari.
Non è un caso che lo stesso Conquest che conobbe Orwell negli anni ‘30 , nel suo ultimo saggio citi spesso lo scrittore inglese come raro esempio di onestà intellettuale.
Si potrebbe altresì sottolineare come il rigore morale di Orwell sia sempre stato e continui ancora oggi ad essere un punto di riferimento essenziale per l’opera dello storico americano.
Orwell non fu uno storico nel senso accademico del termine, ma attraverso la sua produzione giornalistica e letteraria si è rivelato uno dei più lucidi studiosi delle contraddizioni e delle aberrazioni del totalitarismo stalinista.
Ricollegandoci alla recente polemica innescata dall’articolo di Gore Vidal «Così ho smascherato quei dannati storici» uscito il 20 agosto scorso sul “Corriere della Sera”, sull’opportunità dei romanzieri di sostituirsi agli storici quando questi omettano di raccontare delle verità storiche perché scomode o non in linea con la fazione politica cui appartengono, potremmo sottolineare come il contributo offerto da Orwell in qualità di romanziere ne “La Fattoria degli animali” sia stato essenziale ex post per la ricostruzione di eventi come l’Holodomor.
“Raccolto di dolore” di Conquest uscì negli Stati Uniti solo nel 1986, ossia 53 anni dopo i tragici eventi del genocidio in Ucraina.
Quelli stessi eventi, attraverso una metafora dura e pungente degna del migliore Jonathan Swift, corredati di riferimenti inequivocabili alla storia sovietica sono raccontati nel settimo capitolo della Fattoria degli Animali.
Che il libro fosse un evidente atto d’accusa contro lo stalinismo in cui era facile riconoscere personaggi storici ben precisi (Lenin, Stalin, Trockji) e avvenimenti della storia sovietica (NEP, industrializzazione forzata e la stessa tragedia dell’Holodomor) lo dimostrano le enormi difficoltà incontrate da Orwell nel trovare un editore disposto a pubblicarlo.
Credo sia interessante ai fini della piena comprensione non solo degli ostacoli incontrati da Orwell per la pubblicazione del libro ma anche della corretta ricostruzione del clima culturale dell’epoca citare alcuni stralci di uno scritto orwelliano risalente al 1945, ritrovato tra le carte dell’autore e pubblicato nel settembre 1972 dal “Times Literary Supplement”.
Il breve saggio intitolato “La libertà di stampa” costituisce unitamente alla prefazione alla traduzione ucraina de “La fattoria degli animali” uno degli scritti più interessanti per comprendere le forti motivazioni etiche sottostanti all’opera.
In primo luogo la necessità della distruzione del mito sovietico ai fini della rinascita di un movimento socialista, ossia di un socialismo dal volto umano che coniugasse giustizia e libertà. Tema anche questo di grande attualità.
Tornando al breve saggio è utile ricordare come Orwell lo avesse concepito come una sorta di premessa al romanzo che poi non fu usata.
“L’idea centrale del libro – scrive Orwell nell’incipit dello scritto – risale al 1937, ma la sua stesura ha avuto luogo verso la fine del 1943. Nel momento in cui è stato finalmente ultimato, è apparso chiaro che (nonostante l’attuale scarsità di letture sia una garanzia che tutto ciò che può essere definito libro è suscettibile di vendere) sarebbe stato molto difficile farlo pubblicare. In effetti è stato rifiutato da quattro editori, solo uno dei quali aveva motivazioni ideologiche; due pubblicavano da anni libri antisovietici, mentre il quarto non aveva un orientamento politico identificabile. Inizialmente, a dire il vero, un editore aveva accettato il libro; ma dopo le intese preliminari aveva deciso di consultare il ministero dell’Informazione, che pare gli abbia intimato, o comunque consigliato energicamente, di non pubblicarlo”.
A fronte di questo episodio Orwell si interroga sul fenomeno della censura e della libertà di stampa citando diversi episodi in cui l’intelligencija letteraria inglese aveva difeso l’Urss di Stalin ricorrendo a falsificazioni, omissioni e vere e proprie manipolazioni.
“In qualsiasi momento esiste un’ortodossia, un complesso di idee che si presume debbano essere accettate senza obiezioni da chiunque la pensi correttamente. Non che sia precisamente vietato dire questa o quella cosa, però non sta bene dirla, proprio come nel periodo vittoriano non stava bene menzionare i pantaloni in presenza di una signora.
Chiunque sfidi l’ortodossia dominante viene ridotto al silenzio con sorprendente efficacia. Le opinioni autenticamente anticonformiste non trovano quasi mai spazio sulla stampa popolare quanto sulle riviste”.
Prosegue ancora Orwell fotografando una realtà che a ben vedere ricorda da vicino quella odierna.
“L’ortodossia dominante esige in questo momento un’ammirazione acritica nei confronti della Russia sovietica. Tutti lo sanno, quasi tutti vi si adeguano. È pressoché proibito criticare seriamente sulla stampa il regime sovietico o rivelare fatti che il governo russo preferisce tenere nascosti. È abbastanza curioso che questa cospirazione su scala nazionale per compiacere il nostro alleato si verifichi in un ambito di autentica tolleranza intellettuale”.
E poi ancora: “L’intelligencija inglese aveva, almeno in gran parte, sviluppato una lealtà di tipo nazionalistico nei confronti dell’URSS e avvertiva intimamente che insinuare il minimo dubbio sulla saggezza di Stalin sarebbe stato come bestemmiare. Ciò che avveniva in Russia andava giudicato con criteri differenti da ciò che avveniva in altre nazioni. Le interminabili esecuzioni che ebbero luogo durante le purghe del 1936-38 furono approvate da persone contrarie da sempre alla pena capitale, e si considerò corretto dare notizie delle carestie in India senza dire una parola su quelle che si verificavano in Ucraina” .
Trovo che queste annotazioni siano ancora oggi tristemente attuali.
Mi si conceda un’ultima considerazione prima di concludere.
Sottoscrivo l’opinione di Timothy Garton Ash che considera il contributo intellettuale e morale di Orwell nella lotta ai totalitarismi attraverso l’opera letteraria – “Fattoria degli animali” e “1984” - assai superiore a quello offerto da Solzhenicyn in “Arcipelago Gulag”.
Orwell che nel saggio sopraccitato scriveva “il nemico è la mentalità da grammofono e non conta che si sia d’accordo o meno col disco che sta suonando al momento” avrebbe sicuramente stigmatizzato lo sciovinismo nazionalista e panslavico dell’ultimo Solzhenicyn.
Di un uomo che nonostante abbia sofferto sulla propria pelle gli orrori dei Gulag staliniani si è spinto a manipolare la tragedia dell’Holodomor per compiacere i disegni neo-imperiali del Cremlino stigmatizzando il percorso democratico iniziato in Ucraina con la presidenza di Viktor Yushchenko.
Massimiliano Di Pasquale
(testo dell’intervento al Convegno organizzato dall’Ambasciata Ucraina d’Italia in occasione del 75esimo anniversario dell’Holodomor, tenutosi a Roma il 5 settembre 2008, presso la Sala Giulio Cesare del Campidoglio)
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