Raid partigiano – Reportages di guerra
Appunto per i colleghi giornalisti di Pavel Sheremet.
Ai cinici piace ripetere che la guerra è guerra solo per alcuni, per altri invece è uno strumento di profitto. È la verità nuda e cruda anche se non mi piace, perché i giornalisti sono spesso inseriti nell’elenco di quelli che vorrebbero arricchirsi con il lavoro altrui. Non si sa perché, ma i medici di guerra non si arricchiscono e di questo ne siamo quasi felici. Tuttavia questo è il nostro lavoro, raccontare alla gente ciò che succede attorno. Sulla base della mia esperienza non è così facile trovare qualcuno di lucido da mandare nelle zone calde. Nessuno vuole rischiare la propria salute e la vita.
E in effetti succedono situazioni spiacevoli. Ora in Kirghizistan è un periodo di fuoco per i giornalisti locali. Le agenzie straniere, le compagnie televisive, i giornali e le riviste li fanno letteralmente a pezzi. È tempo di vacche grasse in questo punto dell’Asia centrale. Non tutti riescono a conservare uno sguardo adeguato sulle cose, gli viene il capogiro dalla troppa attenzione. Molti cominciano a sentirsi eroi di questa guerra.
Questa settimana mi si è avvicinato un giornalista kirghizo, Pavel G.: gli amici del giornale locale “Inter News” me l’hanno raccomandato come autore di reportages. Si è impegnato volentieri, ma non è riuscito affatto nel risultato. Si divideva tra le stazioni radio di Mosca, il giornale, trasmissioni televisive. Ha cominciato a mentire dicendo che non sarebbe riuscito a portare a termine il lavoro in tempi celeri, poi ha cominciato a dire che per tutta la notte aveva portato via profughi, e alla fine è scomparso completamente. Alla fine ci ha lasciati scoperti e per poco non ha distrutto tutti i nostri piani.
Ecco, non puoi cominciare a lavorare prendendo tutti i soldi e poi prenderti altri impegni. La guerra prima o poi finirà, ma la tua reputazione, imbecille, non ti abbandonerà per tutta la vita.
Traduzione di Roberto Fiacchi, Anna Agliati.
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