Ritorno a Beslan
Una palestra lunga 25 metri e larga 10. Oltre 1200 ostaggi, tra i quali 800 bambini, stipati ed ammassati l’uno sull’altro. E’ vietato bere, mangiare, andare in bagno, piangere. E’ vietato parlare.
La scuola Numero Uno di Beslan, una piccola città dell’Ossezia del Nord, repubblica autonoma della regione del Caucaso nella Federerazione russa, resta sotto assedio per tre giorni. Dal 1° al 3 settembre. E’ il 2004.
Il mondo intero trattiene il fiato per 56 ore in attesa di una risoluzione. Alle 17 circa del 3 settembre non c’è più il tempo per le “trattative”, quelle alle quali Anna Politkovskaja non può prendere parte perché viene avvelenata sul volo diretto a Beslan.
Si sentono due esplosioni all’interno della palestra. Forse bombe azionate dai sequestratori. Forse granate lanciate dalle forze speciali russe.
E’ l’inizio dello scontro a fuoco tra le forze armate del governo e il commando di terroristi. Separatisti ceceni, aderenti al gruppo di al-Qaeda, si dice. Una trentina in tutto secondo la versione ufficiale, almeno cinquanta secondo alcuni testimoni. Vogliono il ritiro delle truppe dalla Cecenia. Ma c’è chi giura non capissero la lingua cecena e preferissero parlare in russo.
Il bilancio è di oltre 300 morti, tra questi 186 bambini.
Oggi, a cinque anni di distanza, anche se la guerra in Cecenia è finita, almeno sulla carta, “nelle regioni del Caucaso la situazione non è cambiata – ci dice il vicecaporedattore di Novaja Gazeta Vitalij Jaroschevskij – La guerra è latente. E’ in atto una vera e propria guerriglia. Inguscezia e Daghestan, ad esempio, sono terre ancora in movimento. In quella zona del Caucaso non ci sono leggi. E il governo centrale non sa che fare. Non sa come reagire”.
A ricordare Beslan e quel primo giorno di scuola, che in Russia si festeggia con parate di bambine dai grandi fiocchi in testa e bambini in giacca e cravatta tenuti per mano da mamme e nonne vestite a festa, restano solo i sopravvissuti e i parenti delle vittime.
Nessun accenno alla strage nel discorso di apertura del nuovo anno scolastico del presidente Dmitrij Medviedev.
di Pamela Foti
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