Mosca-Grozny-Beslan. Le donne restano

Data: 
07/02/2009 - 22:00 - 08/02/2009 - 22:00

Nel 416 a.C. , rompendo la pace di Nicia, Atene attacca Melo. Riacceso l’istinto imperialista della polis, l’isola viene trattata secondo sanguinarie direttive: i maschi adulti messi a morte, bambini e donne venduti come schiavi.

La primavera successiva, davanti a molti dei democratici ateniesi partecipi al massacro, Euripide rappresenta Troiane.

La scena inizia con la fine e si apre sulle rovine, restano le donne a fare i conti con la distruzione materiale e spirituale che la guerra ha lasciato. I nomi, l’ira, le armi abbaglianti valgono quanto la polvere alzata delle macerie e l’aria pesante compenetrata del sangue di dieci anni di guerra. Nulla. Nulla accade. Niente si scioglie, di nulla è pervaso il tempo e lo spazio. Fa eccezione il dolore che suona sordo attraverso i corpi delle donne come dal cavo di un vaso.

Cassandra. Profetessa inascoltata è data schiava Agamennone. Nessuno comprende il perchè della sua gioia frenetica ma lei conosce il futuro e vede la morte che l’attenderà come una promessa, sa che sotto la stessa scure della congiura perirà anche il nemico, che ora la porta via. Sacrificio accettabile per la vendetta.

Ecuba. La vecchia regina ha visto crescere e morire i suoi figli. Il corpo dell’ultimo glielo porta il mare. Pazza di dolore e di amore si getterà in quegli stessi gorghi e come vuole la leggenda si trasformerà in una cagna.

Andromaca. Il semidio Achille gli ha strappato il marito, ora, il più umano Ulisse ordina la morte di suo figlio. Astianante, con la colpa di aver lo stesso sangue, muore per chiudere la stirpe. Il celebrarlo sullo scudo glorioso del padre non vale il riscatto di una lacrima.

Socrate sostiene che mentre egli rappresenta l’uomo come dovrebbe essere, Euripide lo mostra per quello che è.

Stesso motivo per cui Nietchesche lo accuserà di avere sotterrato la tragedia; là dove il filosofo tedesco invoca super-uomini, che hanno nel loro lottare pur di fronte alla sconfitta la loro grandezza, il drammaturgo greco mostra solo l’uomo, così com’è. Pronto a cader nel baratro scavato dalla propria natura. Fautore e vittima di una violenza atavica che nulla ha di eroico ma emerge dal profondo, rimescola fango e paura. Un’attenzione tale, al vuoto più che all’azione, potrebbe sembrar avvicinarsi al teatro dell’assurdo. Ma è un vuoto che ha in se una decostruzione della realtà che giunge oltre la materia. Un ponte verso il sacro.

Dall’incontro con libri di Anna Politovskaja e di altri giornalisti abbiamo lavorato tra la vicenda Cecena e il mito antico. Senza alcuna forzatura, storie vere e contemporanee si sono sovrapposte a quelle antiche. Le une spinte dalla necessità antropologica e sociale sottesa nel mito, le altre portando la forza e la necessità di denuncia del loro essere attuali. In entrambe ,i carnefici non si sporcano le mani. Di Ulisse arriva solo l’ordine, tramite messaggero, sulla nostra scena una telefonata.

Piera Mungiguerra