IN MOLDOVA I COMUNISTI HANNO PERSO IL PIENO POTERE

La Commissione Centrale elettorale ha ratificato un nuovo risultato elettorale basato su un conteggio più accurato dei voti, col quale i comunisti non potranno autonomamente scegliere il presidente ed il governo.

Sarà stato il rimorso di coscienza – oppure la sorpresa dinnanzi alla rabbia delle opposizioni per l’ennesimo inganno del regime comunista, che ha dato luogo a manifestazioni di massa (poi, purtroppo, degenerate in scontri ed assedi di edifici statali): la Commissione Elettorale Centrale moldava ha rivisto il risultato elettorale, aggiudicando al Partito Comunista 60 seggi su 101 anziché 61 come in precedenza. Tale quota non permette la scelta di governo e presidente senza alleanze.

Dopo tre giorni di dimostrazioni, giovedì 9 aprile a Chisinau è tornata la pace. Chiuse le urne, una parte delle opposizioni ha richiesto vivamente di ricontare i voti; altri nuove elezioni.

I soli aspetti certi della vicenda sono i brogli perpetrati dai comunisti, al potere da troppi anni, e le pesanti minacce del presidente Vladimir Voronin nei confronti dei manifestanti, ritenuti “fascisti ubriachi manipolati dalla Romania e dall’Europa”.

Tra gli accusati dal regime, anche Natalia Morar, accusata di aver organizzato la mobilitazione di più di 200 manifestanti attraverso un giro di sms. La Morar è giornalista del New Times esperta di economia e politica russa. Dopo un suo articolo che documentava il reale disastroso stato delle finanze di Mosca ha ricevuto dal Cremlino il divieto d’ingresso nella Federazione Russa. Non a caso, anche le autorità russe hanno parlato di “manovre dell’occidente” dietro alle proteste dei manifestanti, appoggiando apertamente Voronin e la sua repressione di ogni aspirazione liberale e democratica dei dimostranti.

Il capo della diplomazia rumena, Cristian Diaconescu, ha commentato le accuse di Voronin come “provocazione”. I manifestanti di Chisinau intonavano slogan quali “siamo rumeni, vogliamo l’Europa!”, sventolando le bandiere della Romania e dell’Unione Europea.

Come spiega il politologo Cornel Codita dell’Università Spiru Haret di Bucarest, la Moldova apparteneva alla Romania nel periodo interbellico. La stessa lingua moldava è un dialetto rumeno. Molti rumeni hanno a lungo sognato la riunificazione con Chisinau in epoca sovietica – la Moldova fu inglobata nell’URSS – e per tutti gli anni ’90.

Anche tra i moldavi in molti coltivano aspirazioni pro rumene, tutti elettori dei partiti di opposizione. Tra di essi anche il sindaco di Chisinau Dorin Chirtoaca, leader del Partito Liberale, votato – secondo i dati della Commissione Elettorale Centrale – solamente dal 13% degli elettori. Le televisioni rumene hanno seguito con interesse le elezioni in Moldova, fino a quando il Presidente autocrate Voronin ha ordinato l’oscuramento delle frequenze tv, l’espulsione dei giornalisti occidentali e la chiusura delle frontiere con la Romania.

Da molto tempo Voronin – così come Alaksandar Lukašenka in Bielorussia – si barcamena tra l’Occidente e la Russia, prevalentemente preferendo l’alleanza con quest’ultima. Tale scelta – come è stato dimostrato dalla folla di manifestanti – non corrisponde col volere della popolazione, stanca da anni di vessazioni ed oppressione del regime comunista.

Kyiv e Chisinau sono due città molto differenti. Ma negli scorsi giorni nella capitale moldava centinaia di dimostranti hanno espresso la loro voglia di Europa e di Occidente, sventolando bandiere UE proprio come nella capitale Ucraina durante la rivoluzione arancione nel 2004. Si spera che, a differenza di allora, Bruxelles non volti le spalle, ma ascolti le legittime aspirazioni dei giovani moldavi di libertà e democrazia.

Matteo Cazzulani