Anna che sapeva più di noi…
Questo pezzo con i miei pensieri ho pubblicato pure su web-magazine del festival del giornalismo a Perugia e dopo… ho capito che la mia opinione e cambiata un po’ – forse, piu rispetto o qualcosa… E cambiata appena avevamo organizzato con la Lega Internazionale dei Giornalisti giovani una discussione in collaborazione con Andrea Riscassi (RAI), “Novaja Gazeta” ed associazione “Annaviva” (volevamo sapere le ragioni perche in Russia di Anna Politkovskaya non sanno niente e non vogliano sapere). Per prepararmi alla discussione ho letto i suoi articoli per la prima volta (ho vergogna perche sono giornalista russa!) e davvero sentivo il dolore nel cuore. Troppo pessimistico… ma assolutamente vero. Sembra vero. Perche non puo il giornalista come lei falsare i fatti che Kadyrov e intelligente se lui e un idiota! Non puo! E gli nostri giornalisti (i suoi colleghi invidiosi che vorrebbero scrivere come lei ma non avevano il corragio – avevano solo il disdegno) provocano i biasimi… E cosa succede dopo? Dopo gli giornalisti giovani li credono – li, queste “opinioni” ma non Anna perche loro erano la maggioranza e lei - unica come un giornalista…
La discussione era condotta a Casa dei gionalisti a Mosca. Aspettavamo tanti studenti delle facolta di giornalismo di Mosca pero… nella sala ci siamo riuniti pochi – diece persone o di meno. Come gli ospiti-esperti sono venuti vice direttore di “Novaya gazeta” Vitaly Yaroshevsky, corrispondente militare di “Novaya” Vyacheslav Izmailov e segretario dell’Unione dei giornalisti russi Vitaly Chelyshev. Prima abbiamo chiesto ai partecipanti di pensare un po’ di Anna Politkovskaya per capire il suo rapporto a lei – se vogliano essere i giornalisti cosi come era Anna o no. E scoperta cosa che aspettavamo: tante persone non erano d'accordo con un punto di vista che Anna faceva buon' giornalista (gli argomenti: scriveva sulle base delle voci e non fatti, troppo emozionato e tendenzioso, cercava i temi per dinunciare il governo e un regimo di Putin). E questa cosa ha provocato una discussione molto interessante. Molti partecipanti neanche pensano che era il regimo di Putin che aveva ucciso Politkovskaya. Come dice Yaroshevsky Anna era una persona strana e anche vanitosa come un giornalista (e percio ci sono tanti invidiosi dalla sua parte) e, quindi, lei sceglieva i temi che non scelgono gli altri (e non perche hanno paura ma perche e troppo difficile psichologicamente aiutare alla gente nelle situazioni estremali come la guerra, gli attentati oppure quando una persona e condannata oppure quando cerca la giustizia e non la trova a nessun posto). Quando io leggo, per esempio, i pezzi dei giornalisti italiani (e in Italia non c’e pure tanta liberta di stampa) vedo sempre che i miei colleghi italiani hanno la sua propria posizione (non importa pro o contra) – questo e un gionalismo di opinione, quello che voglio vedere in Russia e… non vedo. Noi non sappiamo gia fare gli indagini (abbiamo paura) e non sappiamo aiutare alla gente e scrivere non solo su business e affari economici ma pure sulla propria vita (perche non e prestigioso e noi siamo pure pigrissimi per raccogliere l’informazione se non si paga). Purtroppo, gli problemi tecnici non ci hanno permesso fare un paragone e un discorso lungo sulla liberta di stampa in Italia e Russia ma adesso gia sappiamo qualcosa grazie agli studenti della facolta di gionalismo “Walter Tobagi” Universita Statale di Milano (Carlotta Mariani, Micol Sarfatti e Massimo Tagariello).
Alcuni partecipanti dalla parte russa hanno cambiato e approfondito i suoi percezioni del lavoro di Anna dopo la discussione - per esempio, Anastasia Chibisova (16 anni) – una delle due ragazze russe chi ha scritto un saggio e chi prima non era d'accordo con opinione dei esperti che Anna era stata buon giornalista (ma almeno la rispettava come un difensore dei diritti della gente). Finalmente, Anastasia ha detto che per capire bene sto caso non bastava tutta questa informazione che abbiamo ricevuto nell'universita dove non si parla di Anna mai come non si parla degli altri bravi giornalisti di oggi. Lei ha aggiunto pure che questa sua impressione negativa non era provocata dalle pubblicazioni di Anna che Anastasia ha letto, a proposito (gliele sono piaciuti) ma quando ha conosciuto altre autorita tra i giornalisti che non amino Politkovskaya. E dopo di questo lei aveva i dubbi. Quindi, i giornalisti giovani devono non solo sentire le persone di gran’autorita ma leggere, pensare, approfondirsi. E come ha detto alla fine della nostra discussione Andrea Riscassi dobbiamo essere insieme, riuniti e credere in se stessi. Questa cosa serve non solo per i giovani ma per tutti.
Anna che sapeva più di noi…
Al festival internazionale del giornalismo a Perugia (21-25 Aprile 2010) si parlava tantissimo del giornalismo russo e sopratutto di Anna Politkovskaja. Per una sezione speciale “Russia: giornalisti in trincea” è venuto vice direttore di “Novaja Gazeta” Vitaly Yaroshevski e Lidia Yusupova dalla fondazione “Memorial”. Questa panel discussion, forse, era una dei più popolari tra i partecipanti del festival. Era presente anche Andrea Riscassi, un giornalista italiano e co-fondatore della associazione Annaviva chi ha scritto il libro “Anna è viva. Storia di Anna Politkovskaja, una giornalista non rieducabile” dove ha raccontato tutta la storia della nostra corragiosa collega. Un giorno prima CULT-TV ha presentato il documentario “Un omicidio politico: Anna Politkovskaja” che mi ha fatto pensare di nuovo di questo caso…
Anna Politkovskaja un giorno era come noi adesso - studentessa della facoltà di giornalismo all’Universit à Statale Lomonossov di Mosca. Mi ricordo bene di questo giorno quando e venuto il nostro Preside della facoltà. Lui, famoso Yassen Zassursky, un re di giornalismo russo, professore chi insegna alla facoltà della sua fondazione… piangeva. Era morta Anna. La prima domanda anzi per noi era – ma che faceva? Di che cosa parlava? Si puo sembrare strano ma Anna viva non era cosi famosa in Russia come e diventata all’estero dopo la sua morte. Putin ha fatto un’ gran’ errrore quando ha detto che i suoi articoli non erano letti e rispettati – adesso non mi viene in mente la propria citazione, ma intendeva questo. Il problema e che «Novaja Gazeta» dove lavorava Politkovskaja si legge dall’intelligentsia sopratutto, e dai quelli chi sono in «opposizione» a Putin e la sua ‘squadra’.
Cosa vorrei dire? Vorrei dire che la sua morte era veramente scioccante per noi tutti - ma come morte del giornalista, non collegata col regimo di Putin in generale. Per esempio, io oppure i miei amici chi fanno già bravissimi giornalisti «Novaja» non lo leggiamo mai. E un po’ troppo tendenziosa, critica ma, certo, che c’ è la gente a chi piace.
Cosa e successo dopo? Anna chi veramente faceva tante cose buone e sinceri come un giornalista e diventata famosissima ovunque come una vittime del «putinismo». Non voglio dire che non era la colpa del governo ma succede non solo in Russia dove la quantita dei giornalisti uccisi è troppo alta, ma anzi nei paesi europei, negli Stati Uniti etc. Perciò mi sento stupita ogni volta quando qualcuno dei miei colleghi-stranieri mi chiede: «E davvero pericoloso fare giornalista in Russia?». Ed io sempre rispondo: «Dipende che cosa fai, cosa scegli. Certo che se ci siano i casi di cui raccontava Anna - si. Invece, se tu sei un giornalista che scrive su business, cultura, politica in senso che scrivi cosa sta succendendo – penso di no. Il nostro punto debole e Caucaso, e Cecnia dove la vita e cosi particolare con le sue regole che neanche noi possiamo chiamare i ceceni «russi». Anna rischiava e lei ha aiutato a tanta gente – erano quelli che la conoscevano bene e la rispettavano. Lei aveva un’autorità pure tra i giornalisti – perciò si sente che abbiamo perso non solo un buon’ giornalista ma anche qualcuno chi ci insegna la professione. Pero, à dire la verità, in Russia questo caso tra maggior parte del popolo non ha provocato gli azzioni collectivi contro il governo, contro il presidente, contro i morti dei giornalisti. E adesso nessun s’interessa: perche queste cose succedono cosi spesso? Purtroppo, è la realtà della Russia contemporanea - un paese dove non ci manca una volontà del governo di Putin, ma volontà della gente che si occupa da se stessa più che del futuro della nazione.
Il film «Una lettera a Anna» era fatto proprio bene. Però, infatti, si trattava ancora della situazione politica. Tutto quello che era detto su Ramzan Kadyrov, un presidente di Cecenia, invece, era giusto. E una persona non cosi carismatica come Putin ed non conosco quasi nessuno in Russia à chi piace tanto Ramzan Kadyrov. Lui è giovane ma la sua energia non va alla direzione giusta – percio un regista ha scelto le scene dove Ramzan guardava le ragazze ballando o guidava la macchina come un zaurdo, come un ragazzino, non come presidente.
«Nashi» - quel gruppo dei ragazzi che cantavano nel film «Buon Compleanno, Putin!» in realta – sono lontanissimi da una cosa che si chiama un partito, un associazione politica. Tutti li non sanno anzi i nomi dei ministri russi, tutti sono pagati per il suo «lavoro» (se non contare un concerto gratis). Tra di loro ci sono poche persone che vorrebbero fare una carriera politica nel senso diventare funzionario. E in Russia noi lo sappiamo bene, non e un segreto. Ma Anna, certamente, sapeva di piu…
Anna Leonova
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commenti
What we know about Anna?
Antonia Ceballos Cuadrado. Spanish journalist (degree by University of Sevilla) and researcher in the Eurasia Observatory.
The first time I heard about Anna Politkovskaya (properly) it was in a conference at university called “Oposition, social movements and Media in Russia”. The conference was organised by the teacher I work with and the main guest was Oksana Chélysheva (journalist and deputy of the Society for the friendship Russian-Chechen).
I spent all the conference with the open mouth. Even if I couldn’t understand Russian (I had to wait for the translation) the Oksana’s face communicated me a lot. It was that my first contact with the story of Anna Politkovskaya.
After that, I started to work in a research group at university: Eurasia Observatory . The Observatory´s main goal is to study, to research and to disseminate the most relevant issues in politics and communication taking place nowadays across the former USSR territory. Since them, my interest on Anna Politkovskaya grew up.
The year I finished my degree I read the first time one of her books. It was “Putin’s Russia”. And it was really impressive because it was the summer of 2008 and I was reading that incredible book while I was watching in the news the war between Russia and Georgia.
One year after, we decided to launch a monthly magazine called “Caucasus News”. The director of the group wanted a review about one of the book of Anna Politkovskaya for the first number of the magazine. I quickly said: me, me, me, I wanted to do it. So, I read “Terror in Chechnya”. In those pages, I discovered how much I like the way of understanding journalism of Politkovskaya. I was reading those stories (so terrible, but at the same time so humans) and I thought this is the kind of journalist I wanted to do some day. When I finished my review , I made a decision: my doctoral thesis will be about Anna Politkovskaya. If I have to choose a topic to devote my academic life is this for sure. I couldn’t find another so interesting and touching for me. And in a way, I feel she deserves it. I feel indebted to her because all her sacrifices and the thousands of pages of good journalism she leaves to us.
Finally, I wanted to share with you some words of the book “Terror in Chechnya” that I really like. I always wanted to be a war correspondent and these words make me think a lot (I translated into English from the Spanish version):
“I’m a journalist. I work as a special correspondent in the Moscow’s newspaper Novaya Gazeta and this was the only reason why I was a witness of the war: they sent me to inform. But not because I’m a war correspondent and I know well the issue. On the contrary: because I’m above all a civil person. The idea of the main editor was simple: precisely me, a civil person, without no relation with the military, would understand better the experiences of another civil people, the inhabitants from the Chechen small villages and cities above whose heads the war broke out.”
I like Politkovskaya because she is quite far of the official accounts. The official briefings are not enough for her (she uses the in very rare occasions), she is more interesting in speaking and staying with people. The way of telling the war stories is marvellous because she speaks about normal things in the middle of a chaotic situation. But also, she has a fantastic understanding of the events and an incredible analysis capacity. In “Terror in Chechnya”, she said:
“I’m sure that even if tomorrow it will be announced the end of the war, the army’s retreat and the end of the military operations, Grozni will continue in the same way under the criminal boot, and God knows when it could be eliminated. It’s quite easy to start a war and almost impossible to suppress after all the monsters it has generated.”
One year ago (16th April) Medvedev announced the end of the war. Today neither Russia nor Chechnya (and the Caucasus in general) are a safer place.
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1 The website is www.observatorioeurasia.org and we are working in the English version. Each month we have a publication called “Caucasus News”. I write an article about the news in the English and French media related with Russia and the Caucasus.
2 Miguel Vázquez Liñán. His doctoral tesis is about “Propaganda and policy of the Soviet Union in the Spanish Civil War (1936-1939). And he has published several works related with Chechnya like “Misinformation and propaganda in the Chechnya’s war”.
3 In Spanish: http://www.observatorioeurasia.org/?section=news-view&id=35&page=2
4 Anna Politkovskaya (2003): Terror en Chechenia. Barcelona: Ed. Planeta; p. 13.
Elena Timokhina, Novaya Gazeta
Non ho mai conosciuto Anna Politkovskaja di persona. È capitato che ci siamo conosciute “in sua assenza”, il 7 ottobre, quando per caso sono finita ad una manifestazione in memoria di Anna. Il suo viso mi ha colpito, un viso talmente buono e bello! Avevo già sentito parlare di Anna, ma le mie informazioni erano piuttosto scarse e non riuscivano spiegare quell'enorme quantità di persone che si erano radunate in un unico luogo per onorare la memoria di una giornalista uccisa, l'enorme quantità di stranieri, l'enorme quantità di giornalisti.
Solo più tardi Anna è diventata per me il simbolo del coraggio, della verità e della professionalità. Quando per il mio compleanno alcune amiche mi hanno regalato una raccolta dei suoi articoli, per parecchio tempo non mi sono decisa ad aprire il libro. Quando l'ho aperto, il mondo è cambiato.
Leggevo il lato ignoto delle cose note, leggevo delle persone (morti e vivi, sofferenti). Anna amava le persone, i suoi testi erano pieni di questo amore. Provava empatia, sapeva trovare parole di sostegno. Non è mai stata una semplice testimone dei fatti che le accadevano attorno: né a Nord Ost (il riferimento è al Teatro Dubrovka di Mosca, dove nel 2002 furono prese in ostaggio centinaia persone. Anna Politkovskaja aveva funto da moderatrice su precisa richiesta dei guerriglieri ceceni, ndT), né in Cecenia. Era una partecipante, una persona ancora prima che una giornalista.
I suoi testi non erano pieni di frasi cariche di pathos, ma sapeva costruire le frasi, far notare i dettagli in modo che i lettori potessero capire tutta la gravità e amarezza.
Lei seguiva la verità. Era sempre nel giusto, per questo le autorità non l'amavano, per questo l'hanno uccisa. E' difficile essere una persona onesta, ed è ancora più difficile essere un giornalista onesta ed incorruttibile. Anna Politkovskaja era questo.
La personalità di Anna Politkovskaja mi ha influenzato? Sì. Lei ha dimostrato che questa é professionalità, questi sono i valori umani, questa è partecipazione, questa è passione. Lei é un alto punto di riferimento, sia sul piano umano che sul piano professionale.
Il suo esempio è degno di essere imitato da tutti noi.
Oggi si cerca di dimenticare il suo nome (perlomeno, la stampa ufficiale se l'è già dimenticato), ma ci siamo noi, i suoi colleghi e amici, una nuova generazione di giornalisti che si ricorderanno di lei.
Traduzione di Valentina Barbieri
Anastasia Chibisova, Russia
Io non voglio diventare una giornalista come Anna Politkovskaja
So che era una giornalista affermata, dal 1999 ha lavorato come cronista per la Novaja Gazeta, più di una volta si é recata nelle aree in cui si combatteva. Per la serie di reportage dalla Cecenia Anna Politkovskaja aveva ricevuto nel gennaio 2000 il premio “Penna d'oro della Russia”. Le avevano conferito il premio dell'Unione dei giornalisti russi “Un buon atto, un buon cuore”, il premio dell'Unione dei giornalisti per i testi sulla lotta alla corruzione, il riconoscimento del “Gong d'oro – 2000” per la serie di scritti sulla Cecenia. Il libro “La Russia di Putin” è stata una provocazione.
So anche che oltre al giornalismo, la Politkovskaja si occupava della difesa dei diritti umani, aiutava le madri dei soldati uccisi a far valere i propri diritti in tribunale, indagava sulla corruzione nel Ministero della difesa, del comando dell'Unione degli eserciti federali in Cecenia, aiutava le vittime di Nord-Ost.
Ma prendiamo Anna Politkovskaja non come persona, ma come giornalista.
Quello che scriveva si basava sull'odio feroce verso “questo paese”, verso il mio paese, la Russia. Alcuni dei suoi articoli, secondo molti giornalisti autorevoli, storici e politologi, si fondavano su illazioni non verificabili e bugie. Sorge una domanda: Perché? Nel mondo c'è già abbastanza schifo per inventarsene ancora da soli.
Le domande richiedono anche documenti su Putin. Sì, molti non sono contenti di lui, c'è chi lotta, chi raccoglie firme perché se ne vada. Le critiche della Politkovskaja sono supportate da espressioni forti, ma non da fatti concreti, sono spesso basate sulle dicerie.
Non la ritengo una giornalista-modello. Con questo non nego il suo contributo alla professione, l'attività a difesa dei diritti umani e così via. La reazione che ha provocato nella società la sua morte dice più di qualsiasi premio giornalistico.
Io non so come Anna lavorava sui documenti, mi è difficile valutare non conoscendo tutta la situazione. E pur capendo che ognuno ha la sua verità, mi è difficile credere ad una giornalista i cui lavori hanno provocato così tante lamentele e per di più non sempre provenienti dal governo, anzi (che è la cosa più sorprendente).
Io non voglio essere una giornalista come Anna Politkovskaja.
[Nota di Anna Leonova: Lei ha un po' cambiato la sua posizione dopo la discussione. Adesso sa che non bastava l'informazione per giudicare il lavoro di Anna]
Traduzione di Valentina Barbieri
Anna Politkovskaya and the Burden of Press Freedom. Segun Adeoye
I’m a staff writer with TELL magazine, in Nigeria. I first heard about the gruesome murder of Anna Politkovskaya, on cable news on the day of her death in 2006, and was to say the least shocked. Shocked because I had the impression that journalists in developed nations with advanced technology like Russia had great respect and regard for journalists, and only went after perceived political enemies of the Kremlin. But I did not get to know the gravity of the impact of her death till a documentary by Christiane Amanpour on CNN. Following the steps of Anna, Amanpour proved without an iota of doubt, that there was more to her death than met the eye. Interestingly, the murder of Anna took place the day, Vladimir Putin, the then Russian president was celebrating his 54th birthday. What a coincidence!?
What surprised me most was that the murder reminded me of the gruesome murder of one of Nigeria’s great journalist, Dele Giwa, who was in 1986, killed through a letter bomb. Giwa was murdered because of an investigation into some drug deals that involved some prominent individuals in the then military government in Nigeria. Giwa was a master writer, whose piece was a must read in the magazine he started – Newswatch magazine. Coincidentally, yet sadly, Giwa was also killed in October (on the 19th to be precise), same month in which Anna was killed just 20 years after. Since Giwa’s murder, not a few Nigeria journalists, have been felled by the bullets of those in government, who do not want their dirty ass to be exposed to the public.
It’s unfortunate that even in an age where democracy seems to be the order of the day, “freedom” which ought to be its hallmark, still eludes journalists, who carry out their duty as a way of contributing the societal development. I’ve gone through some of the writings of Anna on the internet, and must admit that the world of journalism lost one of its very best that Saturday, the 7th of October, 2006.
What more I know about Anna, is that she is a journalist, who though a woman is determined to use the power of the pen to strive for change in the society, irrespective of whose ox was being gored. And this of course is the sole responsibility of a journalist anywhere in the world.
I definitely would like to follow in the footsteps of Anna and Giwa. Basically for one major reason: if one does not have what one is ready to die for, then one does not have a reason for living. What I have, however, learnt more in all these, is that it is high-time journalists begun to take the issue of their security seriously, even going to the extent of taking courses on security and probably employing security agents for their safety. The era of journalist being killed like fowls in the streets must come to an end.
Segun Adeoye, staff writer, TELL magazine, member of the International League of Young Journalists.