Il camuffamento. Esageriamo l’efficienza dei servizi segreti. In realtà l’inefficienza è il loro gran segreto
In quanto letterato senza speranza, leggo i reportage giornalistici sulla rete spionistica russa negli Stati Uniti come fossero due romanzi assurdamente ingarbugliati. Uno è Maksirovka (Il camuffamento) di Juz Aleškovskij, l’altro Il nostro agente all’Avana di Graham Greene.
Il primo, si sa, tratta del fatto che ogni sovietico eseguiva un’attività che aveva lo scopo di sviare i sospetti dell’occidente dalle fabbriche militari segrete nascoste sotto il non semplice tran-tran quotidiano. I camuffati eroi del fronte invisibile, imbrogliando il nemico, scelgono la bottiglia prima del lavoro, dopo il lavoro e, cosa più importante, al posto del lavoro. Alla fine del migliore libro di Aleškovskij, si insinua nel lettore il sospetto che la fabbrica sia finta e in realtà non esista. Già tema di un libro di Pelevin. L’eroe di Graham Green non è così ingegnoso. Modesto e affascinante commerciante di aspirapolvere, vende ai servizi segreti disegni di uno di questi spacciandolo per una nuova arma e con i soldi guadagnati compra alla figlia un pony. Circostanze simili, ma conclusioni diverse. Nel libro russo i servizi segreti hanno abbindolato il loro paese, in quello inglese è l’eroe a fregarli.
Gli eventi americani hanno fatto delle due trame una sola, ma altrettanto comica. È del tutto incomprensibile cosa facessero le spie russe, incluso il passionale dai baffi neri chiamato Juan Josè Lazaro Junior, se non vivere bene e nella tranquillità. Senza contare il fatto che vivevano qui. Come noi. E questo certamente non può non disturbare l’America russa. La pubblicità sullo spionaggio ha provocato ansia: i bambini guardano con diffidenza ai genitori, i mariti alle mogli, e tutti al conto in banca: che abbia cominciato a crescere da solo?
Non che qui ci si affretti a vendere la nuova patria alla vecchia, anche perché non viene richiesto. La mano invisibile di Mosca, sulla quale si sono scritti articoli satirici anche nei giornali della prima ondata emigratoria, ora aspira a strangolare il rivale in un altro modo. Prima dagli agenti segreti si esigeva il solito e il possibile. Ma oggi la sede centrale non si aspetta più che suoi agenti gli portino disegni segreti e svelino piani oscuri. Alle spie si chiede che risolvano kōan: come si sta preparando Obama a vincere in Afghanistan e quali provvedimenti adotterà per un risanamento decisivo dell’economia? Sono sicura che Washington vorrebbe più di Mosca conoscere le risposte a queste domande, ma è difficile che la Casa bianca speri di ricevere.
Siamo tutti propensi ad esagerare l’efficienza dei servizi segreti. In realtà l’inefficienza è il loro più grande segreto. Come spiegare altrimenti il fatto che la CIA non ha impedito all’America di spendere un trilione di dollari in più per la vittoria della guerra fredda, pronosticando lunga vita all’URSS, nella quale solo Solženicyn non ha creduto?
Dall’altra parte non è meglio. Aksenov raccontava che una volta per la curiosità propria dei romanzieri ha fatto visita a una particolare fattoria per agenti sovietici accorsi in occidente.
Gli stiamo dietro come ai bambini – si lamentavano gli istruttori con lo scrittore – altrimenti spariscono: dopotutto molti non sanno neanche fare una telefonata per arrendersi.
È evidente che le lamentele raggiungono gli obiettivi e una nuova generazione di agenti segreti mandati negli USA compie lo stesso percorso degli americani rimasti. Studiano, lavorano, si sposano, fanno figli e li crescono, comprano casa, pagano le tasse, se ne lamentano, criticano il governo, lo votano, fanno amicizia con i vicini, vanno in vacanza, aprono un’attività, invecchiano, si ammalano, si arricchiscono e trascorrono i giorni preoccupandosi delle aiuole e della pensione.
Tutto questo, certo, non per davvero, ma con tale abilità che nessuno se ne accorge, nemmeno gli attori. Vita e recitazione si sono fuse e il palcoscenico è diventato il mondo. Cominciando con il vecchio Aleškovskij, questa storia attraversa strisciando nell’assurdo di Pirandello: undici personaggi in cerca d’autore. Ma il romanzo di spionaggio, diversamente dal dramma dell’avanguardia, necessita di motivi verosimili e profitti politici.
Gli scettici cercano di convincermi che la costosa impresa pluriennale sia il romantico prodotto delle forze dell’ordine. Cresciuti con Štirlic, al termine del film e del regime che gli aveva dato vita, i generali non sapevano più come si faceva a vivere. Per questo la rete segreta in America sarebbe l’Everest dello spionaggio della sua gente, una cosa in sé, una sfida al rivale nobile nella sua inutilità.
Accogliere questa ipotesi vorrebbe dire non tener conto della mia esperienza. Avendo stravisto James Bond, non credo nel controspionaggio ingenuo. Secondo me, dietro questa sortita dev’esserci una perfida premeditazione e lo stesso Štirlic ci aiuta a scoprirla. Ci ricorderemo che di tutte le sue doti sovrumane, a cominciare dall’abilità di scrivere lettere d’amore in francese con la mano sinistra, ha dato prova solo all’estero. La lezione nascosta, ma indiscutibile, del film, è che solo nelle retrovie nemiche si possono veramente mostrare tutte le proprie capacità: a casa non vale la pena provarci.
Con questo esperimento le autorità hanno trasferito l’azione in America, custodendone, se non la forma antiquata (nazista), almeno lo spirito dell’esperimento. Gli agenti introdotti in un paese altrui devono, come Štirlic, avere successo. Una volta raggiunto in condizioni estreme, avendo resistito alla prova, fanno ritorno a casa. Camuffate da comuni connazionali, le spie faranno ciò che si fa in America: costruirsi una carriera con fatica e tenacia, osservando la legge, senza passare né prendere bustarelle…
Il problema è che l’invidiosa America ha interrotto quest’esperienza unica a metà, e adesso non sapremo come sarebbe potuto finire.
Julia Latynina
Traduzione di Cristina Zappalà
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