ANNA, NON TI DIMENTICHIAMO
DATO CHE QUALCHE VIGLIACCO TI HA UCCISO E NON PUOI ORA COMMENTARE LE GESTA DELL'ESERCITO RUSSO IN GEORGIA, RIPUBBLICHIAMO UNA TUA LETTERA AGLI UFFICIALI RUSSI DI STANZA IN CECENIA.
Agli ufficiali anonimi dello Stato Maggiore del 68mo Corpo d’Armata, partecipanti all’operazione antiterrorismo:
“Mi chiamo Anna Politkovskaia. Lavoro alla Novaia Gazeta. Non firmo mai con pseudonimi e non nascondo il mio nome, contrariamente agli ufficiali russi di stanza in Cecenia che nascondono il volto in calze nere munite di buchi per gli occhi, le orecchie e la bocca, e tacciono sul loro grado, la loro funzione e il loro nome. Secondo me, chi si sente nel giusto non ha bisogno dell’anonimato.
Veniamo ora all’essenziale. Il vostro problema principale, signori ufficiali, è che anche se ignorate molte cose vi permettete di esprimere pubblicamente un giudizio. Vi darò quindi qualche spiegazione. Ho sempre lavorato in Cecenia in modo assolutamente legale perché sono convinta che sia l’unico modo di lavorare lì, nelle condizioni attuali.
Nella fattispecie, la perizia congiunta effettuata dal tribunale di Grozny e dai servizi di Sergei Yastrjembski ha stabilito che il mio accredito, sequestrato dai vostri colleghi troppo zelanti vicino al villaggio di Kotuni nella regione di Vedeno, non era falso, contrariamente a quanto avevano affermato i soldati. Del resto, il documento mi è stato appena restituito dall’ufficio dello stesso signor Yastrjembski, a due passi dalla Piazza Rossa, affinché io possa continuare a lavorare in Cecenia. Tengo a precisare che questo tipo di certificato è l’unico documento che permette ai giornalisti di lavorare nella zona dell’operazione antiterrorismo.
Per altro, devo informarvi che secondo le norme in vigore l’aggredito può essere ritirato dai servizi del signor Yastrjembski se questo organismo, incaricato dal presidente di controllare la copertura mediatica del conflitto ceceno, ritiene che gli articoli del giornalista abbiano un carattere provocatorio o poco obiettivo.
Da quando è iniziata la guerra non sono mai stata accusata di una cosa simile, perciò l’accredito mi è stato restituito e la sua validità è stata prolungata.
Sbagliate anche a proposito del ruolo dei media nella società moderna. I giornalisti non “sfidano” l’ordine costituito, non è questo il loro ruolo. Descrivono soltanto quello di cui sono testimoni. È il loro dovere, così come è dovere di un medico curare un malato e dovere di un ufficiale difendere la patria. È molto semplice: la deontologia giornalistica ci vieta di abbellire la realtà.
Quando incontro ufficiali il cui comportamento mi sembra indegno di un militare dell’esercito russo, sono costretta a informarne i contribuenti che con le loro tasse permettono a questo stesso esercito di operare. Nel caso in cui l’aveste dimenticato, visto che vi sentite chiamati in causa dal mio lavoro, vi ricordo che siete al servizio della società, signori ufficiali, e non il contrario. Quindi siate gentili, comportatevi secondo la nostra idea dell’onore militare e non soltanto secondo il vostro personale punto di vista.
Proseguo. Qualche parola a proposito delle fosse che gli stessi militari hanno preso l’abitudine di chiamare zindan. Sapete benissimo che nelle unità militari provvisoriamente stanziate in Cecenia questa triste realtà esiste. Queste unità non dispongono di edifici per la polizia nè di prigioni. Vi sono dei buchi scavati per i rifiuti, e se necessario questi buchi ospitano soldati puniti e prigionieri ceceni. Affermo e ribadisco di aver visto questo genere di fosse vicino a Kotuni.
Le mie osservazioni personali sono confermate dal tribunale militare. Il fascicolo dell’istruttoria del colonnello Budanov, comandante del 160mo reggimento corazzato, descrive uno di questi zindan. Secondo il tribunale, il colonnello Budanov aveva ordinato che venisse buttato in questa “fossa di detenzione provvisoria” il luogotenente-capo Bagreiev, reo di essersi rifiutato di ottemperare all’ordine di saccheggiare il villaggio di Tanghi.
Voi scrivete: “che bassezza calunniare gente che rischia ogni momento la propria vita…”.
Io vi rispondo: non mentite! Durante questa guerra ho avuto sufficienti occasioni per constatare come la rischiavano, molti di voi, la vita: depravati e corrotti, quotidianamente dediti a sbronze e saccheggi, discutendo di “indennità di guerra” lontano dal campo di battaglia… Che vergogna! Sono rari i militari dislocati nella zona chiamata “Cecenia” ad aver partecipato davvero a operazioni militari… Lo so perfettamente, perché a volte cerco per giorni interi un militare disposto ad accompagnarmi in un villaggio; rifiutano, semplicemente perché non vogliono rischiare la propria vita e preferiscono rimanere dietro a una tripla barriera di filo spinato a Khankala. Potete anche raccontare alle vostre mogli e ai vostri cari di prodezze in Cecenia, ma a me non la date a bere. È per questo che mi odiate, perché vi impedisco di mentire. Certo, in Cecenia ho incontrato anche ufficiali e soldati bravi e valorosi. E sono andata perfettamente d’accordo con loro. Ma non parlavano del loro eroismo e neppure del “rischio”. Facevano quello che dovevano e mi aiutavano non nel mio lavoro. Non credo che voi, signori ufficiali, ne facciate parte.
Affermate nella vostra lettera: “solo un nemico si può comportare come lei”.
Infatti! Sono nemica di un esercito immorale e depravato. Sono nemica delle menzogne sulla Cecenia, nemica dei miti e delle leggende fabbricate dai propagandisti dell’esercito, nemica dei vigliacchi anonimi che osano portare le spalline.
Misuro perfettamente l’abisso che ci divide. E capisco bene l’allusione contenuta nell’ultima frase della vostra lettera anonima. Eccola: “E se, malgrado tutto, lei è un nemico, sappia che in Cecenia siamo spietati con i nostri nemici…”. Significa chiaro e tondo che mi minacciate di morte o di giustizia sommaria. Ancora una volta: vergognatevi! L’abitudine a sparare su ogni persona sgradita senza cercare di stabilire un dialogo è anche la firma delle vostre azioni in Cecenia.
Vi perdono perché non sapete quello che fate. Siete malati di Cecenia, malati di guerra. Allora curatevi. Cercate le forze dentro di voi, e imparerete a riflettere e a trarne conclusioni, imparerete a parlare alle persone che avete di fronte, guardandole negli occhi, senza passamontagna né anonimato.
Vi invito a Mosca, per una conversazione franca, non virtuale.
Anna Politkovskaia
Tratto da: “Cecenia. Il disonore russo” di Anna Politkovskaia
edizione Fandango 2003.
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