DA PECHINO A SOCHI

L’agosto del 2008 finirà nei libri di storia contemporanea. Nel giorno in cui si è aperta la 29° Olimpiade in Cina, la Georgia ha cercato di riprendersi una provincia secessionista, l’Ossezia del Sud. La Federazione russa (che ha ereditato il posto dell’Urss alle Nazioni Unite) in questi anni ha distribuito passaporti a piene mani in Ossezia meridionale. Lì Mosca aveva anche una forza di interposizione, mal sopportata dai georgiani. La reazione russa all’avventura militare delle truppe di Tbilisi è stata senza precedenti e probabilmente era preparata da tempo. Così mentre la Cina (che in questi anni ha allevato atleti come noi cresciamo i polli: in batteria) vince decine di medaglie d’oro, la Russia di Putin sta occupando abusivamente territori di una nazione sovrana, la Georgia: i soldati russi sono ben oltre i territori osseti. I carri armati di Mosca che marciano su paesi confinanti sono una novità di questo secolo, ma non dello scorso. Ai tempi dell’invasione di Budapest e di Praga si parlò di “dottrina Breznev”. L’occupazione militare di città georgiane fa invece parte della “dottrina Putin”.
La regola sovietica (denominata “dottrina della sovranità limitata”) prevedeva che “quando le forze che sono ostili al socialismo cercano di portare lo sviluppo di alcuni paesi socialisti verso il capitalismo, questo non diventa solo un problema del paese coinvolto, ma un problema comune ed una preoccupazione per tutti i paesi socialisti”.
La nuova dottrina putiniana prevede invece che quando i paesi ex sovietici si avvicinano troppo all’Unione Europea o, peggio, agli Stati Uniti d’America, bisogna cercare di dissuaderli con ogni mezzo possibile: dall’aumento vertiginoso dei prezzi del gas (vedi l’Ucraina) all’embargo - sostenendo improbabili problemi sanitari - all’importazione dei prodotti principali (acqua e vino per la Georgia, vino e cognac per la Moldova, carne per la Polonia), fino ai blocchi commerciali (sempre la Georgia dal 2006 al marzo di quest’anno).
Bruxelles e Washington dal 1999 (anno della misteriosa ascesa al potere dell’ex tenente colonnello del Kgb al Cremlino) hanno osservato con colpevole disattenzione le mosse di Vladimir Putin. Non hanno aperto bocca sulla guerra - condotta al di fuori di ogni convenzione internazionale - con la quale ha riportato sotto le bandiere russe la Cecenia. E non hanno reagito all’escalation di provocazioni con cui l’uomo di San Pietroburgo ha sfidato i paesi confinanti e il mondo intero: dai cacciabombardieri tornati a pattugliare i confini alla bandiera russa piantata sotto il Polo Nord.
Ora fa un po’ sorridere vedere Bush (che al primo incontro con Putin aveva detto di averlo guardato negli occhi e avervi visto un anima) che scopre che a Mosca governa indisturbato un piccolo zar. E fa un po’ tristezza osservare la Rice correre a Varsavia a firmare l’accordo per lo scudo spaziale. Anche senza aver letto Sun Tzu è ovvio che l’opzione militare è quella peggiore.
Anna Politkovskaja aveva invano ricordato al presidente americano, ma anche a Berlusconi e Blair che i loro plateali abbracci all’ex spia sovietica lo legittimavano agli occhi dell’opinione pubblica russa. Ora il partito di cui Putin è segretario ha la maggioranza assoluta dei voti nei due rami del parlamento russo. E lui lassù passa come l’eroe che ha salvato la Russia dalla crisi economica e l’ha rimessa, forte, ricca e potente, sulla scena mondale. Il telegiornale del Primo canale russo (lo potete vedere sul canale 577 della piattaforma Sky) in questi giorni fa paura: dipinge un paese assediato, in guerra contro il mondo, con i militari - coperti di medaglie - tornati trionfanti al Cremlino. Quel telegiornale lo vedono e lo capiscono anche i paesi confinanti: il russo era lingua obbligatoria in tutto il blocco sovietico. La crisi georgiana accelererà la decolonizzazione, pensiamo.
Gli alleati che in queste ore si stanno avvicinando alla Russia post-sovietica sono peraltro indicativi di quale scenario si sta prospettando. A Sochi, nella residenza estiva del presidente Medvedev, sono arrivati il dittatore bielorusso Lukashenko (che ha definito l’invasione russa in Georgia “giusta e bellissima”) e l’uomo forte del regime siriano Bashar al-Assad (che si è detto pronto a installare missili russi sul suo territorio in funzione antimericana). Mancano ancora all’appello gli amici iraniani e quelli nord-coreani.
Proprio a Sochi il geniale comitato olimpico internazionale (per gli amici Cio) ha assegnato le olimpiadi invernali del 2014. È un posto di mare Sochi (sul Mar Nero controllato ora dalla flotta russa), ma ha dietro di sé le montagne del Caucaso dove tra duemila giorni gli sciatori di tutto il mondo si sfideranno per una medaglia. Saranno i giochi di Gazprom, la società energetica che il Cremlino ha utilizzato (e utilizza) come arma di ricatto e come piede di porco per entrare nel salotto buono del mondo industrializzato (dove ha trovato la simpatica sponda di società energetiche para-pubbliche italiane). Ma banchetteranno intorno agli appalti anche molti oligarchi vicini a Putin (quelli avversi o sono in carcere o fuggiti all’estero). Le olimpiadi invernali 2014 costeranno 12 miliardi di dollari e devasteranno l’ambiente, come denunciato dagli ecologisti russi.
Saranno soprattutto celebrate a pochi chilometri dalla Cecenia e dalla Georgia. Tanto che ci sono già siti internet che chiedono che i coraggiosi burocrati del Cio revochino l’assegnazione di quei giochi (http://revokethegames.com).
Difficile che gli stessi burocrati che hanno impedito agli atleti spagnoli di indossare il lutto dopo l’incidente aereo di Madrid, cambino idea su Sochi (dove a inaugurare i giochi ci sarà probabilmente Putin, tornato presidente).
A chi si occupa di assegnare l’Olimpiade suggeriamo quindi altri siti per il futuro: Kabul, Teheran, Pyongyang, Rangoon o Minsk. L’importante, ricordava, de Coubertin non è vincere. Ma trovare degli sponsor.

Andrea Riscassi