Dania e la neve
Dania: bella, elegante, meravigliosa e figlia dei culi neri. Li chiamano così i ceceni in Russia. Un termine dispregiativo per indicare qualcosa che non appartiene a loro, che non sentono come fratelli, qualcosa che non percepiscono come entità, parte, del loro stesso Stato. La Cecenia, regione del Caucaso grande più o meno quanto la nostra Lombardia e diversamente dalla nostra Lombardia invasa da lunghe scie di sangue versate durante la prima e la seconda guerra.
Cos’avranno mai da spartire i russi, biondi e con gli occhi azzurri, gli zigomi alti e il profilo severo con i ceceni, scuri e forse tarchiati? Un odio razziale, economico, fratricida che ha sterminato migliaia di esseri umani da ambedue le parti. E Massimo Ceresa questo lo sa. A fargli da maestra, Anna Politkovskaja, giornalista russa che scriveva di Cecenia, uccisa quasi due anni fa. I suoi libri trasudano il dolore, la rabbia e l’impotenza di un popolo vessato già ai tempi di Stalin. Un popolo che vive nel cuore dell’Europa ma che non si sente russo. Un popolo che deve sottostare a quelle che Ceresa chiama le “pulizie” ovvero la “zachistka” operazione di rastrellamento dei villaggi e delle città cecene. Torturano, perseguitano, picchiano, violentano e uccidono.
Le pagine di Dania e la neve si collocano in uno spazio quasi a-temporale, dove il rimorso fa breccia nell’anima di un torturatore, dove bere il sangue della propria vittima ti rende un mostro che non sei. L’odio si impossessa di te che ti ritrovi a combattere perché te lo hanno ordinato altrimenti patisci anche tu i dolori di una guerra, gli atti di nonnismo e di inumano sopportazione della tua condizione di soldato. Così la neve che Dania guarda tanto dal finestrino del suo treno in corsa si macchia ogni giorno di rosso. Rosso cremisi, Magenta, rosso che in realtà è quasi nero. Il sangue. Il sangue di tutti, che non conosce russi e ceceni. E’ solo sangue. Si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja nelle pagine scritte dall’autore e ancor più l’impegno di non dimenticare quanto ancora accade.
Valentina Nuccio
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