L'EUROPA FERMI L'ORSO RUSSO!
Un amico che sta a Mosca mi dice: come fai a sostenere la Georgia, visto quel che ha combinato in Ossezia del Sud? Un altro (ceceno, della diaspora che vive in Turchia) mi scrive: quelle terre non sono mai state georgiane, sono frutto delle divisioni imposte ai tempi dell’Urss.
È tutto vero. La Georgia non doveva bombardare l’Ossezia del Sud, regione nella quale vivono 70mila persone in larga parte dotate di passaporto russo (il 90% ormai). Saakashvili ha risvegliato l’orso russo che - come si è visto - non era in letargo ma pronto a reagire e aveva ammassato truppe (anzi, reparti scelti) al confine.
Anche la seconda guerra cecena, nel 1999, fu scatenata dall’esercito russo dopo che miliziani ceceni avevano occupato parte del Daghestan. Ma l’importante non mi sembra sia chi abbia dato il via al conflitto, ma chi l’abbia portato a termine violando qualsiasi regola.
Qualcuno in queste settimane ha paragonato la situazione ossetina (e abkhaza) a quella kosovara. Le due vicende non sono esattamente simili. Il Kosovo non si è proclamato indipendente da un giorno all’altro. Ha lavorato per anni intorno alla propria sovranità. Ben prima che gli aerei della Nato intervenissero per fermare le stragi, la popolazione albanese organizzava scuole e persino campionati di calcio paralleli. Ibrahim Rugova governava su larga parte della popolazione anche prima del riconoscimento internazionale. Il Kosovo è un piccolo paese ma lì vive più di un milione di persone, in larghissima parte di etnia e lingua albanese. Tirana (a differenza di quanto ha fatto Mosca in Georgia) non ha albanesizzato a forza la popolazione, cresciuta solo grazie all’incremento demografico.
Purtroppo, una come-sempre-distratta Europa si è disinteressata del kosovari che protestavano in modo nonviolento. L’Occidente ha cominciato a occuparsi di Pristina solo quando la gioventù albanese (e probabilmente la locale mafia) ha cominciato ad imbracciare i fucili.
Anche in Ossezia del sud e Abkhazia i segnali di guerra sono stati evidenti in questi anni. E si sono acuiti in questi ultimi mesi. Già a marzo, Mosca aveva stabilito rapporti commerciali stabili con le due repubbliche secessioniste, provocando le ire di Tbilisi. Le due province secessioniste dipendono economicamente al 100% da Mosca e quindi il riconoscimento di Duma e Senato russo (entrambi all’unanimità) significano una sola cosa: annessione.
Forse quindi quei ministri degli esteri tornati precipitosamente dalle vacanze in questo caldo agosto, avrebbero potuto far pressioni su Cremlino e Casa Bianca (si chiama così l’attuale residenza di Putin, novello primo ministro) per trovare una soluzione pacifica alla crisi che andava montando.
E invece si è lasciato che l’orso russo continuasse a minacciare i paesi confinanti. Che li ricattasse aumentando i prezzi del gas e imponendo assurdi embargo. Che potesse avere truppe di interposizione non inviate dall’Onu (ma dalla Confederazione degli stati indipendenti, sorta dalle ceneri dell’Urss). In Ossezia del sud erano 2500 i caschi blu russi, contestati da Tbilisi che voleva avessero il visto georgiano. Ora chi può dire quanti soldati di Mosca siano presenti in Georgia?
Di qua dal muro di Schengen i più hanno fatto finta di non accorgersi dell’escalation di provocazioni che arrivavano da Mosca. Si è sempre minimizzato.
Ora il G7 corre ai ripari, quando gli orsi sono ormai ampiamente usciti dal recinto. Mosca faceva parte del G8 malgrado quel che ha combinato in Cecenia e mentre il magnate Khodorkovkij finiva in cella (è ancora in un campo di lavoro) e all’ex campione di scacchi Kasparov veniva impedito, con arresti e minacce, di fare politica. Mosca è tutt’ora parte del Consiglio d’Europa anche se in Russia i giornalisti “d’opposizione” (un nome su tutti, Anna Politkovskaja) vengono assassinati in pieno giorno, nel pieno centro della capitale.
Ora Putin dice che la Russia non vuole più collaborare con l’Organizzazione del commercio mondiale. Del Wto fanno parte 152 nazioni e per entrarvi occorre l’unanimità dei soci. Fino ad oggi un solo paese si era opposto all’ingresso della Russia: è la Georgia, stato sovrano che difficilmente ora accetterà Mosca, le cui truppe stanno abusivamente occupando parte del suo territorio.
La crisi russo-georgiana influenzerà evidentemente la campagna elettorale americana. Bush (la cui politica estera in questi otto anni è stata a dir poco disastrosa) si sta cercando di riscattare in questi ultimi mesi di mandato. Ma fino a ieri è andato a braccetto coll’ex spia sovietica e con i suoi collaboratori. È stata anche la sua disattenzione a rinforzarlo, in patria e all’estero.
Ricorri alle armi solo in casi di estrema necessità, diceva il saggio Sun Tzu. E invece assistiamo a una corsa al riarmo. La Russia, la Polonia, la Georgia, la Nato. Sembra che l’unico modo per risolvere contrasti e conflitti sia quello militare. E ciò accade perché l’Onu (fermo al 1945, ossia a mille anni fa) è ormai un’organizzazione internazionale senza senso e l’Unione europea è un’organizzazione internazionale senza identità.
A governare sono sempre di più le multinazionali o le aziende energetiche. L’Italia in questo senso è un esempio da manuale. Quanto impatta sulla nostra politica estera il patto di ferro (sottoscritto dal precedente governo) tra Eni e Gazprom? Come mai l’Italia collabora alla realizzazione di un gasdotto che è alternativo a quello dell’Unione europea (Nabucco)?
Mosca comunque, checché se ne dica, non sta agendo nel Caucaso per ostacolare forniture energetiche dirette tra l’Asia e l’Europa (senza passare dalla Russia). Quella partita il Cremlino l’ha già vinta, offrendo prezzi migliori ai produttori di gas e progettando (con l’Italia, ma anche con la Germania) infrastrutture che ci renderanno dipendenti da Gazprom fino a quando non troveremo fonti energetiche alternative.
No, la Russia sta agendo così per mantenere il suo controllo imperiale e coloniale su quelle terre di confine. Se non faremo niente per Tbilisi, nei palazzi del potere di Mosca cominceranno a pensare di riprendersi parte della Moldova e dell’Ucraina. La propaganda delle televisioni russe in questi giorni si rivolge principalmente a quelle terre.
Per evitare che tutto ciò accada, dobbiamo sperare che la politica torni a prevalere sugli eserciti. E che l’Unione europea apra le porte a quei paesi (Moldova, Ucraina, Georgia e Armenia) che, religiosamente e culturalmente, sono a noi affini.
L’importante è che chi ci guida capisca che di Putin non ci si può fidare. Lui ha appreso a menadito quella che è la prima regola che insegnavano al Kgb: far credere agli interlocutori che siete come loro, che siete uno di loro.
Putin, che pure viene in vacanza dalle nostre parti, non è uno di noi.
Andrea Riscassi
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