Georgia: La storia raccontata da una georgiana
Non ho mai preso la penna in mano per discussioni polemiche, non è mio costume fare demagogia, ma salvata dai bombardamenti (e per questo a nome di tutte le famiglie italo-georgiane evacuate dall’Unità di Crisi ringrazio il Governo italiano) e perseguitata dalle conseguenze della guerra che hanno subito il mio popolo e la mia famiglia, ho ritenuto doveroso esprimere la mia posizione riguardo alla battaglia di informazione spudorata e palesemente falsa, nutrita di quell’ideologia comunista che ancor’oggi prospera in un Paese democratico come l’Italia, dove ancora esistono delle persone strettamente legate al grande sogno dell’URSS, dove ancor’oggi alcuni celebri giornalisti vantandosi di conoscere la storia della Russia, ignorano quella della Georgia e, ancora una volta, stravolgono la cronistoria degli avvenimenti succedutosi in questi due paesi.
Ecco un esempio di menzogna clamorosa pronunciata da un noto giornalista: “I Russi non hanno occupato un bel niente, si sono attestati sulla linea dell’accordo del 1992 di Dagomys e non hanno nessuna intenzione di uscire da quei contorni.... Non è stato un solo attacco, una sola bomba su città georgiane”. La verità è che oggi l’esercito russo dopo aver rasato al suolo Gori e i 13 paesi limitrofi, distrutto le chiese, saccheggiato le case caricando le prede sui camion, massacrato centinaia di persone, stuprato le donne, ucciso i figli davanti ai genitori, i mariti davanti alle mogli, bombardato diverse regioni e i dintorni di Tbilisi costringendo alla fuga dalle proprie abitazioni centinaia di georgiani, come del resto aveva già fatto nelle due guerre precedenti, controlla non solo un “corridoio di sicurezza” di 8 chilometri ma occupa 1/10 del territorio georgiano. Infatti ora c’è quasi mezzo milione di profughi all’interno della propria terra. E questo significa “La Russia ha fatto con assoluta precisione quello che non poteva non fare”- afferma il giornalista, cioè difendere la popolazione osseta? Da chi, dai bombardamenti russi? Oggi non è più un segreto per nessuno - i nostri amici russi ci informavano già dal mese di giugno che lì si parlava della guerra; nel mese di luglio hanno caricato e portato via a bordo pullman le donne e i bambini verso l’Ossezia del Nord (l’ho saputo dalla mia amica osseta che ha la zia a Tskhinvali). E’ noto a tutti che la maggior parte degli osseti non vuole sottostare alla Russia perché perderanno l’identità così come per i nord osseti, totalmente russificati. Gli osseti sanno anche molto bene che il conflitto etnico in Georgia non è altro che una vera e propria guerra russo-georgiana.
Ma non ho nessuna intenzione di entrare nel merito della politica, tanto non sapremo mai la verità su che gioco politico e bellico ordiscono i prepotenti dietro le quinte. Vorrei solo far ricordare ai conoscitori della storia russa, (in modo conciso, ovviamente) la vera Storia della Georgia che per due secoli è stata stravolta dall’ideologia zarista e poi bolsevika. Un paese di poeti e cantanti e mai conquistatori; per la sua posizione geopolitica è da sempre teatro di battaglie sugli interessi di grandi imperi. E’ da sempre costretta a difendere la sua terra chiamata “Eden Terrestre”, la sua lingua antichissima, la sua religione predicata dagli Apostoli Andrea e Simone il Cananeo (quest’ultimo è sepolto in Abkhazia, dove allora abitavano i veri Abkhazi e non gli odierni apsua secessionisti).
Nel corso della sua travagliata storia la Georgia ha da sempre aspirato all’Europa. Già nel 1714 Vakhtang VI mandò il suo consigliere, scrittore e monaco cattolico Orbeliani dal Papa Clemente XI in Italia e da Luigi XIV in Francia chiedendo un sostegno politico contro la Persia musulmana. Purtroppo “i francesi ritennero che il rapporto con i georgiani sarebbe stato d’ostacolo alla loro politica in Medio Oriente” (missionario A. Lamberti).
Dopo gli sforzi vani con l’Europa Vakhtang VI nutrendo la speranza di avere l’appoggio della Russia stipulò il patto politico-militare con Pietro I contro l’Iran. In tal modo la Russia cominciò a realizzare il suo obiettivo di dominare il Caucaso (la località estrema russa confinante con la Georgia non a caso viene chiamata Vladikavkaz, che corrisponde letteralmente all’imperativo ‘possiedi il Caucaso’: vladei kavkazom). Nel 1722 la Russia conquistò il Daghistan, il Daruband e si ritirò improvvisamente lasciando da solo Vakhtang VI, facendolo aspettare per tre mesi in Gandža davanti allo Scià infuriato, il quale nel 1723 distrusse completamente Tbilisi.
Ma il tradimento della Russia zarista stava solo cominciando: nel 1768, nella guerra fra la Turchia e la Russia si introdusse Erekle II con la speranza di liberarsi dagli ottomani ma nella battaglia di Atskuri del 1770 il generale russo Totleben lo abbandonò di fronte al numeroso esercito dei nemici. Le conseguenze tragiche costrinsero Erekle II a chiedere il protettorato alla Russia firmando nel 1783 il “Trattato di Georgievsk”, un patto di alleanza con cui la Georgia si obbligava a fare da scudo alla Russia in caso di aggressione turco-persiana e col quale da parte sua la Russia si impegnava a tutelare la Georgia dalle invasioni islamiche.
L’illusione che un paese correligionario avrebbe difeso una piccola, ma forte cittadella del cristianesimo fu annientato ben presto: nel 1795 Agha Mohamed di Persia, indignato per la scelta della Georgia, la invase provocando una vera apocalisse . E fu un altro tradimento dell’esercito alleato, poiché la Georgia dissanguata e indebolita gli faceva comodo, infatti: “nel 1801 lo zar Pavel I trasformò il protettorato in vera e propria annessione della Georgia all’impero russo, segnando profondamente il destino di questo paese caucasico”, a tal punto che dei comportamenti dei soldati russi si sarebbero meravigliate anche le orde di Tamerlano. Un esempio: prendevano le donne incinte e legandole con una gamba su un ramo dell’albero, con l’altra – sull’altro ramo, le spaccavano in due (questi episodi ed altri simili sulla crudeltà del soldato russo sono riportati nei libri proibiti dell’epoca sovietica). L’atteggiamento russo non è cambiato molto neanche a distanza di alcuni secoli: nella guerra in Abkhazia giocavano a calcio con le teste dei georgiani e, vantandosi del proprio “eroismo”, andavano in giro con le collane fatte dalle orecchie dei georgiani uccisi; stupravano le ragazze davanti ai loro genitori, ne esistono numerose testimonianze dirette...).
Il Golgota del popolo georgiano iniziato nel 1801 si protrae per due secoli: 1804, 1810, 1812, 1819-1820, 1822, 1830, 1832, 1841, 1857, 1864 - sono gli anni in cui l’impero russo opera il genocidio del popolo mentre conquista gradualmente le regioni della Georgia.
Dal 1867 al 1918 scoppiarono diverse rivolte contro la soffocante dominazione russa: proibirono di parlare il georgiano, lo chiamavano “lingua da cani”, vietarono la celebrazione della liturgia in georgiano nelle chiese sottoposte alla giurisdizione della chiesa russa. Distrussero i monasteri georgiani raschiando preziosi affreschi antichi.
Dopo il crollo dell’impero russo nel 1918 la Georgia divenne una Repubblica indipendente riconosciuta dai membri di S.D.N. e anche dalla Russia sovietica che nel 1921 la invase e la conquistò facendo scoppiare un altro massacro. Nel 1924 esplose una ribellione seguita dall’ennesimo eccidio. Il popolo georgiano non si rassegnò all’oppressione, durante il regime totalitario russo ci furono numerose congiure e nacquero movimenti di dissenso fra cui il 9 marzo del 1956, il 14 aprile del 1978, il 9 aprile del 1989 (a queste ultime due manifestazioni ho partecipato anch’io e ho perso l’ amica uccisa dall’ascia di un soldato russo). L’aspirazione alla libertà e all’indipendenza del popolo georgiano veniva ininterrottamente punita con il genocidio da parte della Russia: lo sterminio dei georgiani che da ultimo ebbe inizio nel 1992 continua ancora oggi. Rispetto alle altre repubbliche sovietiche alla Georgia è costato caro liberarsi dal giogo russo-sovietico che vorrebbero attualmente ripristinare i politici russi, tra cui il celebre Vladimir (il cui nome significa letteralmente possiedi il mondo vladei mirom, un altro imperativo. Infatti, non è casuale il famoso messaggio di Putin al mondo nel 2005: ”La caduta dell’URSS è la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”), i politici che sin dall’inizio provocano le piccole etnie ossete ed abkhaze e spingono al suicidio – alcuni di loro non nascondono nemmeno che i loro interessi sono i territori (un altra famosa frase del deputato Zhirinovski – “Abkhazia senza abkhazi”).
Ma di chi sono questi territori? Ossia chi sono queste piccole etnie? Sono ospiti insieme alle altre 80 etnie, perfettamente integrate e mai incomodate. Tutte loro dispongono di loro scuole, teatri, chiese, moschee, sinagoghe o altri luoghi di culto. Per il popolo georgiano l’ospite è sacro e lo considera un dono di Dio e così è stato anche con gli osseti discendenti della tribù dei saramiti iraniani trasferiti in Kuban e sulle rive dei fiumi Don e Volga nel periodo dei grandi traslazioni dei popoli nel V secolo. La loro prima apparizione nel Caucaso del Nord avviene nel XIII secolo e nel XVIII secolo cominciano a scendere verso la regione di Samaciablo (così si chiama la regione la cui storia antica è stata modificata dall’ideologia russa) dove nei secoli successivi fondano una comunità osseta con 5 mila abitanti. Solo nel 1922 viene creata dai comunisti la Repubblica chiamata Sud Ossezia abitata per la maggior parte dal popolo georgiano. Oggi solo gli osseti e i georgiani subiscono le conseguenze della propaganda antigeorgiana, ma non il presidente Kokoithy – agente del KGB e gli altri funzionari dell’Ossezia del sud che nella maggior parte sono russi, ex funzionari del KGB, le subisce anche il popolo russo in quanto mantiene questo piccolo clan attingendo alle proprie tasche (attraverso le tasse) e mandando così 800 milioni di dollari ogni anno, di cui non arriva nemmeno un centesimo alla popolazione ossetta, stanca della guerra e del conflitto acceso dall’ideologia zarista-comunista di “Divide et impera”
Un altro popolo - vittima del sistema della stessa ideologia, è il popolo di etnia abkhaza (anzi apsua – come si autodefiniscono e Apsni – come chiamano loro Abkhazia) giunta altrettanto dal nord Caucaso nel XVIII sec. insieme con la tribù imparentata adigha
Molti cronisti e geografi tra cui greci, latini, italiani, arabi e francesi testimoniano che con l’Abkhazia si intende la Georgia. E’da notare in modo particolare che le fonti medievali russe indicano che un Ibero (il nome medievale georgiano) equivale ad ‘abkhazo’. Ci sono varie versioni in merito all’arrivo degli apsui in Abkhazia. Secondo alcuni essi sono arrivati dall’Egitto o dall’Abissinia, altri invece affermano che gli apsui sono passati da Armenia, si sono stabiliti in Kuban ma a causa del freddo insopportabile sono scesi in Abkhazia. In un brano del 1630 di un viaggiatore italiano viene ribadito che apsua e abkhazo sono etnie piuttosto differenti:” Gli abazzi (l’autore usa il termine greco) sono sparsi sul litorale del mare... il loro stile di vita è come dei circassi... la lingua degli abazzi è molto diversa della lingua dei popoli vicini, non hanno le leggi scritte e non sanno usare l’alfabeto... loro non hanno altro posto dove vivere tranne il bosco, per cui possiedono pochi animali e poco materiale per fare i vestiti, si accontentano del vino fatto da miele e frutti di bosco, da loro non si coltiva il grano e non usano il sale” (dal “quaderno” dell’associazione. Scudo di S. Giorgio). Gli apsui erano culturalmente ben diversi dal popolo autoctono abkhazo, aborigeno sul territorio della Georgia occidentale già all’epoca degli argonauti. I testi delle antiche fonti testimoniano che in tal periodo “Il regno Colchide abbracciava tutta la pianura della Georgia occidentale ed i Colchi popolavano in prevalenza quelle terre fino a Dioscuria (attuale Sukhumi) e rispetto alle tribù nomadi del Nord Caucaso avevano uno stato organizzato molto evoluto e prospero, già in circolazione monete denominate “i bianchi di Colchide”, già allora esisteva la scrittura autoctona colca. I colchi possedevano il Velo d’oro che in realtà era il libro sul segreto di come ottenere l’oro, oltretutto avevano scritti chiamati Kirbi che erano le stele con i testi cartografici, religiosi, legislativi e letterari.
L’alfabeto abkhazo cioè quello apsua venne invece creato nel 1862 dal noto studioso Larr in base alla grafia dell’alfabeto russo. Poiché tramite la grafia russa era difficile traslitterare i fonemi abkhazi, si è tentato alcune volte di riscrivere l’alfabeto; ad esempio, nel 1892 il pedagogo K. Machavariani e il suo allievo D. Gulia hanno creato un nuovo alfabeto abkhazo basato sulla grafia georgiana. Successivamente N. Marr ha tentato di fare un alfabeto abkhazo basato sulla grafia latina, ma neanche questo tentativo ha portato ad un risultato non soddisfacente. Nel 1908 sempre D. Gulia con l’aiuto di A. Shanidze e S. Janashia hanno redatto di nuovo l’alfabeto abkhazo basandosi sulla grafia georgiana. Il primo libro in lingua abkhaza cioè apsua viene pubblicato nel 1912 a Tbilisi. Nel 1954 l’alfabeto abkhazo di nuovo viene rifatto sulla base della grafia russa.
Oltre a condividere il pane e la terra con gli apsui, i georgiani gli hanno creato anche l’alfabeto. Purtroppo gli abkhazi hanno la memoria corta non solo nei confronti dei georgiani, ma anche rispetto alla propria storia: Un noto scrittore abkhazo B. Shinkuba nel suo romanzo “L’ultimo andato” descrivendo la tragedia della tribù ubikha imparentata con gli apsui, racconta come i russi hanno causato il genocidio di questo popolo che non esiste più. Ricorda un fatto: “La Russia zarista, dopo l’annullamento dell’autocefalia della chiesa georgiana (1811) cercava di sostituire la celebrazione del rito georgiano con lo slavo nelle chiese di Abkhazia. Aveva, quindi, come obiettivo la russificazione del territorio. Il governo russo utilizzava a tale scopo eventi tragici della storia del popolo abkhazo _ come è il “muhajiroba” (esodo degli abkhazi in Turchia) – in realtà la Russia provocava prima la migrazione degli abkhazi musulmani in Turchia, e creava dopo ostacoli a quei “muhajiri” (rifugiati) che volevano tornare nella loro patria. Lo stesso governo russo non consentiva ai georgiani di stabilirsi in Abkhazia, ma favoriva al fatto che le terre dei “muhajiri” venissero occupate da russi, armeni, o altre etnie. Questo processo continuò anche nell’epoca sovietica.
Il fatto che gli abkhazi attualmente non prevedono il loro tragico futuro, lascia supporre che non abbiano tratto insegnamento dalla Storia. Un giorno perderanno pure l’identità, da sempre pienamente rispettata dal popolo georgiano, poiché i georgiani stessi combattevano contro la russificazione, contro lo sciovinismo russo che opprimeva allo stesso modo i georgiani, gli abkhazi e gli osseti. E se quell’ideologia zarista-bolscevika che negava valori cristiani, non avesse accecato centinaia di migliaia di persone, tra cui alcuni intellettuali europei contemporanei, avremmo potuto evitare le guerre fratricide fra etnie che hanno convissuto pacificamente per secoli. Gli osseti e gli apsui non hanno un’altra terra, chi li accoglierebbe nel Caucaso del Nord? Nemmeno i loro parenti osseti del Nord e gli adighi. Essi sono cari al popolo georgiano e, sono convinta, continueremo la convivenza plurisecolare senza intermediari malaugurosi. E chiunque, giornalista o intellettuale, prenda in mano la penna, la usi come l’arma di pace e non per seminare l’ideologia dell’odio. E sappia della tolleranza dei georgiani e del loro credo nazionale – “Ciò che l’odio distrugge, ripristina l’amore”.
Nunu Geladze Fusco
giornalista, traduttrice
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